Archivio mensile: marzo 2012

Legge e Ordine

Ci sono dei luoghi dell’anima, luoghi in cui hai avuto il meglio e il peggio della tua vita: non sai se amarli o odiarli, ma sai che non puoi farne a meno.

L’uomo era seduto sullo sgabello del bar, teneva le spalle un po’ curve, le braccia appoggiate al bancone di Pete e guardava fisso il bicchiere posato davanti alle sue mani.

Lo potevo osservare bene riflesso nello specchio, uno specchio che non era stato cambiato da quando ero bambino. Quel vetro, luccicante del sole che entrava dalla vetrata, è uno dei primi ricordi della mia vita: in braccio a mio padre faccio ciao ciao con la manina al riflesso dei suoi amici che ci guardano, sorridono e brindano rumorosamente alla nostra salute.

L’uomo sollevò il bicchiere, ne guardò controluce il contenuto voltandosi verso la vetrina del bar e, finalmente, ne bevve un sorso. Spalancò gli occhi, ne bevve un altro sorso e riposò il bicchiere sul bancone con un sospiro sorpreso.

Aveva degli ottimi motivi per essere sorpreso: a giudicare dall’etichetta, anche Pete doveva aver riconosciuto il cliente ed aveva tirato fuori da sotto il bancone una bottiglia distillata dal suo bisnonno due o tre guerre mondiali fa.

Se c’è una cosa di cui siamo orgogliosi, noi di Cosy Springs, è il bourbon che la famiglia di Pete distilla da quando George Washington non sapeva ancora camminare; circola la voce che Pete tenga da parte un paio di bottiglie di quell’epoca per il matrimonio della figlia, noialtri amici speriamo tutti che la ragazza si sposi presto.
Sarà l’acqua delle sorgenti che danno il nome al paese, sarà la qualità del nostro granoturco unite alla secolare esperienza distillatoria del nostro oste, ma il suo è sicuramente il miglior bourbon dello stato.

Comunque il mio ruolo e la procedura imponevano che mi accertassi ufficialmente se l’uomo era davvero chi pensavo. Erano almeno sei mesi che non lo si vedeva alla 3DVision, si era lasciato crescere i capelli e la barba e sembrava stranamente trasandato, ma il suo profilo era inconfondibile.
Mandai un filmato di qualche secondo alla Direzione Investigativa Federale e immediatamente mi venne confermato che i miei sospetti erano fondati. Figurarsi se avevo bisogno di quell’assenso burocratico per esserne sicuro: tre premi Nobel non riescono a nascondersi sotto barba e capelli lunghi.

L’uomo tirò un altro sospiro, bevve ancora un sorso e si alzò per venire al mio tavolo, portandosi accuratamente dietro il bicchiere mezzo vuoto.

«Buon giorno, sceriffo, posso sedermi? Ho bisogno di parlarle».

Mentre cercavo di decidere se dovevo lasciar prevalere le emozioni o la buona educazione, Pete corse a rabboccargli il bicchiere, riempì anche il mio e lasciò la veneranda bottiglia sul tavolo: non c’erano dubbi che ne avrei avuto bisogno.

«Prego, professore,» risposi, chinando il capo e accennando con la mano a una sedia vuota, «è un onore per il paese averla nel nostro bar».

Già, il paese: quanto avrei voluto lasciarla da ragazzo, questa sperduta cittadina ai piedi degli Appalachi. Laurea con il massimo dei voti nell’università più prestigiosa della nazione, primo classificato al dottorato presso l’Accademia Centrale di Polizia, corsi di specializzazione, servizio investigativo nella capitale, un paio di promozioni per merito e poi la novità: il quantum computing.
Dopo qualche decina d’anni di speranze deluse e tentativi miseramente falliti, era stato finalmente realizzato il computer quantistico: La Macchina Che Risolve Qualsiasi Problema. Basta seguire rigorosamente le procedure stabilite, fornirle gli input nel modo giusto e quella trova la risposta a qualsiasi domanda, anche a quelle investigative. Peccato che io non concordassi per niente con le procedure e il modo in cui erano state stabilite, gli input nel modo giusto proprio non volevo fornirli e così, invece di far carriera, da quindici anni sono tornato al paese e da allora i miei concittadini mi rieleggono sceriffo.
Naturalmente la prima volta mi hanno eletto in ricordo del buon lavoro fatto da mio padre e mio nonno – in paese continuiamo a seguire la tradizione di passarci il mestiere di padre in figlio – ma io do loro degli ottimi motivi per votarmi di nuovo ogni quattro anni: gli ultimi ladri li ho arrestati sei mesi fa mentre uscivano dal pollaio della vedova Carson, che non avevano nemmeno fatto in tempo a chiudere il sacco. Da quando sono io lo sceriffo, la criminalità in paese è crollata e da anni non c’è più stato un reato grave, un ferimento, una rapina a mano armata, per non parlare di omicidi. E sì che dalle nostre parti di forestieri ne passano parecchi ed anche i miei concittadini tendono a delinquere più o meno nella media nazionale. Diciamo che io annuso le grane, e riesco a fermarli quasi sempre prima che si mettano in guai seri.

Il professore bevve di scatto mezzo bicchiere di whisky, tirò l’ennesimo sospiro e iniziò: «Sceriffo, non occorre che io le parli delle potenzialità dei computer quantistici. Quello che lei non può sapere, è che tre anni fa sono finalmente riuscito a perfezionarli in maniera radicale: oggi possono risolvere problemi intrinsecamente complessi. E non parlo di problemi difficili, ma matematicamente banali, come le previsioni annuali del tempo su scala planetaria o la navigazione automatica nella fascia degli asteroidi. Il Computer Quantistico Neurale che ho realizzato, può realmente prevedere il comportamento umano».

 Fece una pausa e ne approfittai per berlo io, mezzo bicchiere di bourbon in un sol sorso.

«Come può ben immaginare, si è trattato di un progetto segretissimo.» Continuò. «Il presidente appena eletto aveva basato tutta la sua campagna su LEGGE E ORDINE e voleva, una volta tanto, mantenere la promessa elettorale. Per prevenire il crimine mi ha affidato il compito di installare una rete neurale di computer quantistici, collegata alle centinaia di miliardi di sensori che erano già disposti in tutta la nazione: la delinquenza doveva essere stroncata sul nascere.
Ovviamente nessuno doveva saperlo. Si sarebbe parlato di Grande Fratello e di abolizione del libero arbitrio, anche se posso assicurarle che, né io né il presidente, intendevamo violare le libertà costituzionali della nazione: volevamo unicamente dare il giusto sostegno, i giusti strumenti alle forze di polizia. È stato il progetto governativo più segreto dopo la costruzione della bomba atomica il secolo passato, ho persino rinunciato a un quarto premio Nobel per realizzarlo. Gli abbiamo dato il nome in codice CQN».

Con più calma bevve un altro sorso.

«Un anno fa, finalmente,» riprese, «CQN era pronto. Era stato cablato, tarato, testato e poteva iniziare la fase di autoapprendimento. Come tutte le reti neurali, comprese quelle ordinarie, avrebbe avuto la caratteristica di imparare dall’esperienza, di modificare autonomamente la propria logica interna e di migliorare costantemente le sue prestazioni, esattamente come un essere vivente, solo che questa rete quantistica aveva una potenza mai immaginata prima. Abbiamo cominciato la sperimentazione su dieci dei cinquantaquattro stati dell’Unione e gli inizi sono stati entusiasmanti: funzionava alla perfezione per i reati gravi, un po’ oppressiva forse, ma efficacissima.
Allora siamo passati ad affrontare gli aspetti più delicati e complessi del problema, rafforzando i parametri relativi a legge e ordine anche per i reati minori e le semplici infrazioni, e qui, probabilmente, abbiamo calcato troppo la mano ed abbiamo perso il controllo. Per far capire a CQN cosa volevamo da lui, gli abbiamo dato da leggere tutti i discorsi su legge e ordine della campagna presidenziale e lui li ha presi sul serio».

Trangugiò quello che restava nel bicchiere, lo sbatté sul tavolo e riprese: «Stupida macchina! Tanto per fare un esempio, sei mesi fa ha segnalato un grave reato a Las Vegas: “tentativo di strage in corso”; nel giro di quattro minuti una squadra speciale d’assalto dell’FBI, in pieno assetto di combattimento e con tanto di armamento nucleare individuale, arrestava un disgraziato che stava cercando di annegare una nidiata di gattini in un fosso. I gattini sono stati salvati e il criminale condannato per direttissima a quindici settimane di servizi sociali nel gattile della contea, ma nel frattempo la famigerata banda Ocean 74 scappava con diciotto miliardi di dollari, rubati nel caveau del Mega Casinò.
Il presidente si è incazzato. Non si potrebbe dire che il presidente si è incazzato? e io lo dico lo stesso! Si è incazzato selvaggiamente e ha promesso di farmi mangiare i miei premi Nobel, se non trovo una soluzione prima che cominci la campagna elettorale per la rielezione.
Abbiamo provato a far ragionare CQN, ma lui continua a fare discorsi farneticanti sulla sicurezza del paese, la protezione assoluta, la tolleranza zero e continua a segnalare migliaia di reati in corso ogni secondo. Negli stati in cui avviene la sperimentazione, non abbiamo sufficienti forze di polizia per eseguire tutti gli interventi richiesti, inutili per 99,987%.
Inevitabilmente il crimine ha ripreso a dilagare».

Il professore riempì i bicchieri e si bevve in un fiato buona parte del suo; io, il mio, non lo toccai nemmeno: volevo conservare la lucidità.
Mi limitai a chiedergli: «Alfred, perché, dopo quindici anni, sei venuto a raccontarmi questa storia?».

«E me lo domandi, Charlie? Perché sono talmente disperato che mi sono messo ad analizzare personalmente le statistiche complete della criminalità – prima mi ero sempre affidato agli esperti dell’Ufficio Statistico Federale – e così ho scoperto che Cosy Springs è da anni la contea con il più basso tasso criminale dell’Unione, troppo inverosimilmente basso perché sia un caso.
Accidenti, Charlie, negli ultimi dodici mesi a Cosy Springs ci sono stati solo due reati minori: un tentativo di furto in un pollaio ed una rissa a pugni in questo stesso bar dove ci troviamo adesso. Il nome della città mi ricordava qualcosa, ho verificato chi comandava la polizia del posto, ho visto il tuo nome e allora sono stato sicuro che non poteva essere una semplice fluttuazione statistica di de Moivre, dovuta al basso numero di abitanti della contea, come erano convinti all’Ufficio Statistico Federale.
C’è una sola spiegazione possibile: dimmi, Charlie, quando hai costruito la tua rete quantistica neurale?».

«Dodici anni fa.» Risposi tranquillamente.

«Come hai fatto?».

«Ho usato una nuova fornitura standard di normali computer quantistici da ufficio.» Risposi. «Ho mantenuto in servizio quelli vecchi e con quelli nuovi, assieme alla rete di sensori e telecamere di banche, uffici pubblici e allarmi dei privati cittadini, ho implementato Mike. Non è niente di troppo raffinato, ma è adeguato alle esigenze di Cosy Springs».

«Hai chiamato Mike la tua rete?».

«Sì».

«E dimmi… Mike… pensa?».

«Vuoi sapere se Mike è in grado di superare il test di Turing? Direi di no, anche se riesce benissimo a ingannare e a togliersi dai piedi le telefoniste dei call center, che chiamano per proporre nuovi contratti alla 3DVision.
No, Alfred, Mike non è umano, non ancora almeno: come prestazioni intellettuali è più vicino al cavallo che aveva il mio trisnonno, quando era lui lo sceriffo di Cosy Springs. In famiglia si tramanda che gli mancava solo la parola, altrimenti avrebbero potuto nominarlo ufficialmente vicesceriffo e avrebbe fatto il suo lavoro meglio di tanti altri a due zampe».

«Perché non hai fatto un comunicato ufficiale, una pubblicazione? La teoria delle reti quantistiche neurali l’abbiamo sviluppata insieme, ma l’idea originale è stata tua: avresti avuto la gloria, il Nobel, saresti tornato al tuo vecchio incarico con una promozione al massimo livello… e ti saresti vendicato di me rendendomi ridicolo…».

Bevvi un sorso: adesso potevo permettermelo.

«Non avevo nessuna intenzione di vendicarmi e di renderti ridicolo, Alfred.» Dissi. «Sei stato il mio maestro e continuo a considerarti tale, anche se quindici anni fa ci siamo lasciati molto male. E poi non mi è neanche dispiaciuto troppo, tornare qui a fare il mestiere che abbiamo sempre fatto in famiglia».

«Ti ho letteralmente fatto cacciare dall’FBI e dall’università…».

«Era inevitabile: il nostro dissidio su come si dovessero considerare i computer quantistici – e a maggior ragione le reti quantistiche neurali – era insanabile. Per te si trattava sempre e solo di “stupide macchine”, come hai prima definito CQN, io ero – e resto – dell’opinione che, se vogliamo sperare che un giorno possano superare il test di Turing, fin da ora dobbiamo trattarle con il rispetto che si meritano. Hai detto che una rete quantistica neurale impara come un essere vivente; è vero: prova, sbaglia, riprova, riesce, impara e ricorda, e se la tratti male tiene il broncio, proprio come un cavallo.
Vedi, Alfred, qui a Cosy Springs, molti di noi vanno ancora a cavallo, lo facciamo per divertimento, non certo per lavoro come tanto tempo fa, ma sappiamo bene che un cavallo non è una macchina. Non è l’autopilota quantistico di un’astronave, al quale puoi semplicemente ordinare di scansare i meteoriti ed aspettarti che lo faccia. Ci riuscirà entro i limiti delle possibilità di calcolo sue e di manovrabilità dell’astronave, naturalmente, ma puoi essere sicuro che ci proverà senza alcun coinvolgimento emotivo. Un cavallo deve imparare ad evitare i fossi, a saltare gli ostacoli con te in groppa; se vede un serpente a sonagli, o fiuta una femmina, si spaventerà, o si distrarrà, e ti butterà per terra. E magari, dopo, non si sentirà più sicuro di farcela e si rifiuterà di affrontare passaggi che ha sempre superato senza problemi. E non sarà per niente facile fargli passare la paura.
Se avete costretto CQN a imparare a memoria le stupidaggini contraddittorie dei politici su legge e ordine, il poveretto non può averci capito niente e adesso deve avere un’ansia da prestazione terribile, e più voi continuerete ad insistere e peggio andranno le cose.
Così è come la vedo io, in base all’esperienza che ho fatto qui a Cosy Springs con Mike e i cavalli».

Finimmo con calma di vuotare la bottiglia.

Eccomi di ritorno nel mio luogo dell’anima, quello da cui sono stato scacciato quindici anni fa: il New Federal Building di Washington, dove rientro con in tasca il decreto presidenziale che mi nomina direttore dell’FBI. Ho i pieni poteri sulla sicurezza dell’Unione e l’incarico supplementare di fare da psichiatra a CQN, per vedere di rimetterlo in sesto. Ho messo bene in chiaro con il presidente che non so se ci riuscirò, può darsi che il danno psicologico – ritengo corretto e indispensabile usare quest’espressione – sia ormai troppo esteso e profondo, e questa condizione è stata accettata: sarà comunque un’esperienza fondamentale di cui fare tesoro per il futuro. Ho deciso di correre il rischio di connettere CQN con Mike, in modo che questo possa passare, poco per volta, la sua esperienza e il suo buon senso a CQN, proprio come affiancherei un vecchio cavallo da sella, tranquillo ed esperto, ad un puledro da corsa spaventato e bizzoso.

Spero solo che il giovane non guasti il carattere al vecchio, con i cavalli a volte capita… ma io mi fido di Mike: è il miglior vicesceriffo che abbiamo mai avuto in famiglia, è persino meglio del suo omonimo su cui cavalcava il trisnonno.

NOTA: questo racconto è stato già pubblicato due anni fa sul Bookshelf dei Rudy Mathematici
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Carnevale della Matematica n. 47

dropsea di Gianluigi Filippelli ospita il quarantasettesimo carnevale della matematica

Edizione impressionante, roba da far tremar le vene e i polsi, e pensare che prima o poi volevo offrirmi volontario per ospitarne uno.

Ci sono anch’io con l’articolo Il dilemma del viaggiatore pubblicato un paio di settimane fa, visti i confronti mi vergogno un po’.

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Primo dentino

Il padre orgoglione annuncia l’evento che tutto il pianeta attendeva in preda alle ambasce.

Il primo dentino è caduto e aspetta sotto il cuscino che la fatina dei dentini compia il suo dovere.

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La zappa

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

Zia Concetta aveva invitato a pranzo il nipote carabiniere e l’amico. La scusa era quella di sapere tutte le novità sul caso del morto abbandonato vicino al teatro, ma, in realtà, voleva vedere da vicino, vivisezionare renderebbe meglio l’idea, Maria, la morosa di Pautasso.

«Cataldo, se questa domenica non sei di servizio,» aveva detto, «venite a pranzo da me: non vedo Rosalia e Sasà da due mesi, chissà quanto è cresciuto. Potresti dire anche al tuo amico piemontese di venire, è così simpatico, e poi mi farebbe taaanto piacere conoscere Maria…».

Pellegrino aveva capito subito dove voleva parare la zia, non ci voleva un genio, bastava conoscerla: quindi Secondo e Maria erano stati invitati e debitamente avvertiti del rischio che correvano. Pautasso non poteva rifiutare l’invito, il debito nei confronti di Zia Concetta era troppo grosso, ma Maria, purtroppo, all’ultimo momento, aveva dovuto sostituire una collega all’ospedale e così… si scusava tanto, ma…

Zia Concetta non si scompose, se fosse stato proprio necessario sarebbe andata in ospedale a cercarsela; era dura trovare una scusa per entrare ad urologia uomini, ma ci sarebbe riuscita. Tanto adesso aveva un problema che richiedeva l’intervento dei carabinieri e lei ce li aveva in casa. Era sparita la zappa. Quale zappa? LA ZAPPA, quella che da sempre usava per sarchiare l’orto.

In tutte le case di campagna di questo mondo c’è la zappa — come dice il dizionario: “Attrezzo manuale per lavorare il terreno, formato da una lama di ferro di forma e dimensioni diverse, fissata ad angolo ad un manico di legno” — e, come sempre, lo strumento si tramanda di generazione in generazione. Questa era tanto vecchia che avrebbe potuto far concorrenza alla nave con cui Teseo era andato a Creta ad uccidere il Minotauro: nave alla quale — come racconta Plutarco — gli Ateniesi, che la conservavano come reliquia, una volta cambiavano una tavola del ponte tarlata, un’altra volta l’albero, un’altra volta ancora un pezzo della chiglia; per cui i filosofi disputavano se dovesse essere considerata sempre la nave originale oppure una nuova. Anche la zappa aveva subito lo stesso destino e, a forza di cambiare una volta il manico rotto, un’altra il ferro consumato, non si sarebbe potuto dire se era la zappa vecchia oppure una nuova: quello che è certo è che era l’unica che andasse bene alla zia per lavorare nell’orto.

Poiché i prodotti dell’orto erano una parte fondamentale della cucina di Zia Concetta, il problema era grave ed il crimine commesso dal ladro orrendo; Zia Concetta sembrava una gatta che avesse perso i gattini.

Lo so da dove viene l’ultima frase, ma la metafora si usa anche dalle mie parti, ci sta bene e l’ho messa apposta: quindi non accusatemi di plagio, please.

L’indagine prometteva di essere difficile: l’attrezzo era stato usato l’ultima volta la mattina prima e oggi era scomparso. La zia aveva guardato per bene tutto l’orto, non ci voleva molto; aveva rivoltato e rigirato due volte la baracca degli attrezzi, anche qui tre minuti erano bastati; quindi era partita all’assalto dei vicini. I metodi di interrogatorio di Zia Concetta e la sua abilità nel cogliere in contraddizione i malcapitati che cascavano nelle sue grinfie, avrebbero fatto l’invidia della santa inquisizione: Ignazio Torquemada l’avrebbe presa volentieri come assistente. Era stata quindi molto delusa dall’assoluta inutilità dei suoi sforzi: nessuno aveva preso la zappa, nessuno l’aveva vista e, soprattutto, nessuno si sarebbe sognato di mancarle di rispetto, non erano mica scemi e non volevano che si parlasse male di loro per tutta la Sicilia.

Dopo pranzo — la zappa era importante ma non tanto da far scuocere la pasta — i due carabinieri cominciarono le investigazioni. Il loro problema consisteva nel fatto che non sapevano come fosse fatta la zappa; sapevano benissimo come è fatta una zappa, ma quel particolare esemplare era loro sconosciuto e non disponevano di foto segnaletiche o impronte digitali. Misero in fila una accanto all’altra la dozzina abbondante di zappe di cui disponeva la zia: grosse, piccole, con il manico lungo, con il manico corto, quadrate, triangolari, a cuore, con due oppure tre denti e procedettero ad una specie di  identikit, finito il quale Zia Concetta aveva dato loro un’idea ragionevole dell’oggetto cercato.

«Ma senti un po’, Cataldo,» fuori servizio i due amici si chiamavano per nome, «tua zia non può farsi andare bene una di queste o comprarne una nuova? Glie ne regalo una io per ringraziarla dell’ospitalità».

«Figurati, l’hai sentita, ne parla come nemmeno il prete dei calici da messa. Se non la trova è capace di non toccare l’orto per sei mesi. E pensare che mi sono arruolato nei carabinieri perché non mi piaceva lavorare in campagna.» Rispose Pellegrino, cercando di tirar fuori un piede, senza perdere la scarpa, dal terreno molle in cui era sprofondato.

La situazione si faceva seria: non volevano passare tutto il pomeriggio, con il pranzo sullo stomaco poi, a giocare alla caccia al tesoro. Era escluso che potessero chiedere di nuovo ai vicini: lo aveva già fatto la zia senza risultati e non potevano di certo qualificarsi come carabinieri per una cosa del genere; dovevano procedere con il metodo deduttivo.

«Comincerei con l’escludere che qualcuno abbia voluto fare uno scherzo a Zia Concetta.» Disse Pautasso. «Escluderei anche il furto, con sette o otto euri ne compri una nuova al mercato. Comincio a pensare che qualcuno l’ha presa per usarla e poi l’ha messa nel posto sbagliato; cosa ci si può fare con una zappa… a parte zappare intendo».

«Se fosse un rastrello ti ci puoi grattare la schiena o pettinare… scusa, Secondo, hai ragione, se non la troviamo ci passiamo tutta la giornata a caccia della zappa. La zia mette sempre tutti i ferri in ordine nella baracca, non li lascia mai fuori, quindi chi l’ha portata via ha aperto la porticina, ha preso quello che voleva e se ne è andato, gli altri attrezzi ci sono tutti…».

«Se non fosse che quando siamo arrivati la zappa era già scomparsa, penserei che è stato Sasà, ti ricordi di quando sei arrivato in ritardo perché tuo figlio ti aveva fatto sparire il copricapo…».

«Non me ne parlare, voleva giocare ai carabinieri e lo aveva riempito di macchinine da multare, dopo mezzora lo abbiamo trovato nel suo lettino, nascosto sotto le coperte. Però hai ragione, potrebbero essere stati dei bambini, da queste parti ci sono sempre stati dei piccoli barabba che non ti dico; quando ero un bambino e venivo dalla zia, di solito il capo lo facevo io».

«E bravo Barabba,» rise Pautasso, «e come ci giocavi con le zappe? Io ci facevo il cavalluccio e correvo in giro per l’orto di mio nonno sparando agli indiani».

«Ci giocavamo agli indiani anche noi, e anche ad Orlando e i saracini, ma le mettevamo sempre a posto se no Zia Concetta non ci dava la merenda, però una volta ci abbiamo fatto… sta a vedere che ci siamo arrivati in fretta. Guarda un po’ là, che cos’è quello?».

«Uno spaventapasseri. Non mi dire che…».

Mistero risolto: tolta la vecchia coppola allo spaventapasseri, comparve il ferro della zappa saldamente attaccato al suo manico. Il futuro dell’orto era salvo.

«Vuol dire che adesso tua zia ci deve dare la merenda.» Disse Pautasso.

«Io preferisco il caffè, e poi la merenda se la mangia tutta Sasà».

Mi dispiace se vi ho delusi, ma questa volta non c’è stato verso di far saltar fuori il morto. Come dice il capitano Catania: “Non ci sono solo morti ammazzati a questo mondo”.

Sulla strada del ritorno Pellegrino disse: «Senti, Pautasso, dobbiamo sempre tirare a sorte chi di noi due fa Sherlock Holmes».

«Oggi lo fai tu. Io non dovevo lasciarmi convincere da tua zia a mangiare tre piatti di pasta».

Indice delle puntate precedenti

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