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Le locuste prossime venture

Questa è la prima volta che parlo esplicitamente di politica in questo blog, solo quattro giorni fa avevo scritto che lo avrei fatto solo in casi disperati.

Questo è un caso disperato.

Cari signori del centrosinistra e in particolare del Partito Democratico, cosa aspettate a fornire dei dati aggiornati sulle primarie che si sono svolte ieri?

Mentre scrivo (2012/11/26 12:50) il vostro sito ufficiale è fermo alle ore 02:25:50 di questa notte con 3992 seggi scrutinati su 9232. Personalmente non pretendo i risultati definitivi – c’è sempre il seggio dove non hanno capito niente e hanno sbagliato tutto – mi basterebbe che adesso ci fosse qualche migliaio di seggi in più e ogni tanto se ne aggiungesse qualche centinaio. Sarebbe sufficiente a dar l’idea che le cose stanno procedendo, con un po’ di fatica, ma procedendo.

Vi rendete conto che state bruciando in poche ore tutto quanto avete costruito nel tempo?

Cosa io intenda con “nel tempo” richiede una premessa.

Per quante volte io possa aver votato centrosinistra nelle ultime tornate elettorali, io non sono un elettore di sinistra. Io sono nato nel 1956 e durante la mia formazione politica la gran parte di coloro che erano di sinistra si dividevano fra quelli della generazione di mio padre, convinti che Stalin fosse buono, e quelli della mia generazione convinti che Mao fosse meglio. C’erano tutte le ampie sfumature di contorno, ovviamente, ma la sostanza era quella.

In ogni caso essere di sinistra implicava sia un certo insieme di idee, variegate e internamente litigiose quanto si vuole ma ragionevolmente identificabili, sia un certo, invidiabile, senso di appartenenza. Essere di sinistra implicava anche appartenere – o anche solo credere di appartenere, ma dal punto di vista della psicologia delle masse non fa molta differenza – ad un mondo capace di una visione strategica e, soprattutto, di efficienza nel perseguirla.

Bene, cari signori del centrosinistra e in particolare del Partito Democratico, vi rendete conto di quale spettacolo state dando?

Poco importa chi risulterà vincitore fra Bersani e Renzi domenica 2 dicembre: adesso state rovinando tutto ciò che avete costruito dal 25 aprile 1945 ad oggi, allora su posizioni inevitabilmente e storicamente staliniste, poi di eurocomunismo, poi sempre più ampie sino a ricomprendere aspetti della socialdemocrazia e del mondo cattolico.

Se non convincete il popolo sovrano che adesso non stanno accadendo pasticci – non parlo di brogli, parlo dell’incapacità di contare sino a qualche milione in modo affidabile – alle prossime elezioni non solo sfumerà quella possibilità di costruire quell’autonoma maggioranza di governo, che molti attribuiscono a Renzi, ma crollerà anche la voglia di votare Bersani, per tanti che di sinistra non sono ma che ci si adatterebbero, oggi, volentieri – dico volentieri –, come male minore.

Se non torna, almeno, quell’efficienza che tutti riconoscevano al vecchio Partito Comunista Italiano, gli italiani non andranno a votare.

I voti si disperderanno in rivoli e rivoletti e il vincitore sia per maggioranza relativa sia, temo, per maggioranza morale sarà Beppe Grillo.

Nella migliore delle ipotesi avremo, dopo mesi di litigi, un nuovo, fragilissimo, governo Monti che dipenderà da una larga intesa, litigiosa e ancora più scadente di quella che lo sostiene oggi, o qualche terribile pastrocchio in cui il M5S avrà dominante voce in capitolo.

Ci siamo indignati quando Silvio Berlusconi ha detto semiprivatamente sciocchezze sul posteriore del Cancelliere della Repubblica Federale di Germania, vi immaginate quando qualche ministro imposto da Beppe Grillo lo manderà esplicitamente e direttamente affanculo?

Allora muovete il vostro, di culo, e dimostrate che non vi siete fermati con i numeri, perché avete scoperto che quella di ieri era veramente solo una sceneggiata per circuire gli imbecilli e adesso state litigando perché, visto il risultato della partita, qualcuno vuole portarsi via la palla.

Aggiornamento delle 18:33

Ad un ennesimo controllo trovo che la pagina dei risultati è stata aggiornata: mancano solo pochissime sezioni.

 

I commenti sono chiusi: questo è uno sfogo non una discussione.

 

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Dibattito Scienza – Le risposte del centrosinistra

Hanno risposto!

Hanno risposto cose sensate?

Qualcuna sì, qualcuna no, la maggior parte indifferenti rispetto allo spirito con cui abbiamo fatto le domande – o, perlomeno, allo spirito che io attribuivo alle domande che abbiamo formulato nel gruppo di facebook Dibattito Scienza.

Non ho la minima intenzione di riportarle qui, se volete potete leggervele sul sito di Le Scienze

Primarie del centro-sinistra, le risposte su scienza e ricerca

Non ho nemmeno la minima intenzione di commentarle una ad una, per due motivi fondamentali.
Il primo motivo è che mi sono ripromesso di non parlare di politica in questo blog – se non in casi disperati – e una valutazione “politica” delle risposte dei politici, sarebbe in contrasto con questa mia ferma decisione.
Il secondo motivo è più tecnico: nella maggioranza dei casi non avrei la sufficiente competenza per valutare la correttezza delle opinioni di questi cinque candidati a candidarsi Presidente del Consiglio.

Dal punto di vista politico, mi sembra giusto, però, ricordare che i cinque hanno risposto come candidati ad elezioni primarie, quindi in competizione fra di loro nella prossima votazione del 25 Novembre, alla quale parteciperanno solo coloro che – tendenzialmente – ritengono, oggi, di voler votare l’anno prossimo per il centro sinistra. Mi sembra ragionevole supporre che qualche risposta potrebbe essere abbastanza diversa se destinata fra qualche mese a tutti gli elettori italiani; adesso probabilmente hanno troppa paura di scontentare il loro specifico elettorato.

Però qualche sassolino dalle scarpe – a costo di violare leggermente la mia decisione di non parlare di politica in questo blog – me lo voglio togliere.

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

Puro politichese per tutti, però temevo peggio: almeno, ferocemente sollecitati da un gruppo d’opinione di settore, sembra che abbiano capito la domanda. Nessuno di loro ha risposto che l’Italia della ricerca non sa cosa farsene, visto che è un paese a vocazione turistica.

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

Politichese anche qui. Però fanno qualche proposta, ipotizzano qualche priorità, qualche modo – magari velleitario, vista la crisi e i vincoli europei – per reperire i fondi. Temo che fra il dire e il fare ci sarà di mezzo un largo mare, sia per quelli che masochisticamente vogliono centralizzare tutte le decisioni, sia per gli imprudenti che vogliono affidarsi alle risorse amministrative locali.

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

Quando si doveva decidere quali domande fare, io avevo proposto di eliminare questa domanda, almeno per la parte riguardante il cambiamento climatico: troppo di politica estera e poco di politica interna, c’era il rischio che per fare bella figura “ideologica” con la prima parte partissero per la tangente nella seconda. E così è avvenuto.

Bruno Tabacci è l’unico a ricordare che in confronto a quanto stanno facendo Cina e India, qualsiasi politica italiana e persino europea sarebbe praticamente ininfluente sulle emissioni di anidride carbonica mondiali e propone un mix ragionato – ho scritto ragionato, non adeguato – di soluzioni. Tutti gli altri sostanzialmente dicono: “come sarà verde la mia valle”, nessuno vuol farsi scavalcare a sinistra.
Il massimo è Vendola che arriva a proporre di portare: «in produzione tutti gli invasi esistenti svuotandoli dai fanghi e integrandoli con i sistemi fotovoltaici anche con la ricarica notturna dei bacini.» Nichi, guarda che i bacini idroelettrici italiani sono già il fiore all’occhiello della nostra gestione energetica, li si ricarica proprio di notte usando energia elettrica prodotta con impianti in momentanea sovrapproduzione – solitamente quelli nucleari francesi – e che non li si può ricaricare di notte con l’energia solare, perché di notte fa buio, magari potrebbe tirar vento ma di luce proprio non ce n’è.

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

Domanda ideologica come nessun altra e risposte altrettanto ideologiche: non voglio affrontarle anche perché non sono poi così diverse fra di loro.
L’unico che si stacca nettamente è Bruno Tabacci, il quale sostiene che idratazione e alimentazione forzata NON sono accanimento terapeutico, anche se somministrate a chi avesse esplicitamente e inequivocabilmente dichiarato di non volerle subire. In questo specifico caso esprimo il mio più profondo dissenso politico.

5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

Questa è una delle domande che mi importavano maggiormente.

Ed era una domanda estremamente specifica: chiedeva se sei favorevole o no alla sperimentazione – sperimentazione non produzione – in campo aperto degli organismi geneticamente modificati e se sei favorevole o no all’etichettatura dei prodotti “derivati da animali nutriti con mangimi OGM”.

Tutti e cinque vorrebbero l’etichettatura di cui sopra. E la cosa non mi sta male, se praticamente ogni cosa che mangiamo venisse etichettata come derivata da OGM, o il popolo italiano diventerebbe il più snello e in forma del pianeta o, forse, si accorgerebbe che non sono poi così pericolosi.
Tutti e cinque partono per la tangente parlando di unicità della nostra produzione agroalimentare e via dicendo. Solo Tabacci e Bersani si dicono esplicitamente disposti alla sperimentazione in campo aperto, con tutti i controlli del caso.

Pierluigi Bersani, però, asserisce che i prodotti caseari italiani DOP sono fatti con latte di vacche non alimentate con OGM. E qui casca l’asino, perché è impossibile che chi è stato presidente del consiglio regionale dell’Emilia Romagna non sappia che il parmigiano reggiano non esisterebbe senza soia e mais transgenici importati dall’estero, così come tutto il burro prodotto con panna di affioramento residua della lavorazione di questo formaggio, così come il latte proveniente dalle stesse stalle e non destinato alla caseificazione, eccetera, eccetera. Visto che per chi è in quella posizione è impossibile non sapere, ne devo dedurre che propina ai suoi elettori una “pia fraus”: contenti loro…

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?

Qui si scopre che Laura Puppato potrebbe non aver fatto la vaccinazione antinfluenzale e aver preferito una preventiva cura omeopatica 🙂 Contenta lei… meno contenti coloro che non vorrebbero che questo tipo di “pratiche terapeutiche” fossero a carico del SSN, ma non si può pretendere che un candidato sappia che cos’è il numero di Avogadro.

Gli altri danno risposte più sensate, si ricordano che fra le cure alternative non c’è solo l’omeopatia e richiedono un’accurata validazione scientifica prima che lo stato scucia un euro: tutto sommato non troppo male come risposte, anche se per ognuna si potrebbe trovare qualcosina di stonato. Ma è poca roba e sono fin troppo coraggiosi, visto il loro elettorato di riferimento.

Persino Vendola si mantiene ragionevolmente equilibrato e attento alla validazione scientifica, però sguscia rapidamente via e approfitta del fatto che questa era l’ultima domanda per proporre di parlare d’altro: di scuola, di corruzione, di valori “diversi”. Scelta coerente con il suo personaggio politico, ma a me viene il sospetto che abbia cercato di distrarre il suo elettorato dalla propria risposta – direi corretta – a questa domanda. E questa è la seconda e ultima considerazione politica che faccio in questo articolo.

 

Finisco qui.

Siete liberi di dissentire da tutto ciò che ho scritto e di commentare questo articolo; vi ricordo solo qual è la mia politica sui commenti e vi avverto che prima che possa approvarli ci potrà volere qualche tempo.
Se i commenti dovessero debordare per numero o virulenza, vi chiedo scusa in anticipo ma dovrò chiuderli: in questi giorni non sarei in grado di gestirli adeguatamente.

 

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Dibattito Scienza – Si parte

Dibattito ScienzaPochi giorni fa è stato costituito su facebook il gruppo aperto Dibattito Scienza, con lo scopo di “esortare” i cinque candidati alle primarie del centro–sinistra a chiarire la propria posizione politica sulla scienza, in tempo utile affinché i simpatizzanti per quell’indirizzo politico possano decidere chi votare anche in base a questa informazione.

Rivolgersi a loro è un puro accidente del caso, dovuto al fatto che sino a questo momento si tratta dell’unico raggruppamento che ha chiaramente scelto il metodo delle primarie per stabilire chi sarà il proprio leader alle prossime elezioni politiche. Le stesse esortazioni saranno rivolte anche ai canditati di qualsiasi raggruppamento o partito che sceglierà lo stesso metodo di selezione del leader.

Sono state proposte alcune domande, le abbiamo valutate, discusse, criticate e alla fine ne sono state redatte sei, in una versione che ha tenuto democraticamente conto delle idee di tutti.

Le potete leggere sul sito di Le Scienze che si è offerto di ospitarle, in quanto testata giornalistica di divulgazione scientifica in grado di dare la massima visibilità a Dibattito Scienza.

Primarie, sei domande per la scienza

Le riporto qui di sotto (in formato grafico, non voglio che si possa pensare che cerco di farmi bello del lavoro comune, e in questo modo non saranno indicizzate).

Le domande di Dibattito Scienza del 15 novembre 2012

Adesso dobbiamo aspettare che i politici rispondano, ammesso che si degnino di farlo  – e se non si degnano è una risposta anche quella, preoccupante ma pur sempre una risposta – dopo di che ognuno di noi avrà qualche informazione in più per scegliere, soprattutto se sarà possibile raccogliere le idee in proposito dai candidati a candidarsi Premier di tutti gli schieramenti.

Proprio perché è indispensabile dare la massima pubblicità a quest’iniziativa che, ripeto, è rivolta a tutti coloro che si prongono di governare l’Italia, vi chiedo di condividere questo articolo o, se preferite e sarebbe ancora più utile, la pagina di Le Scienze.

Per ovvi motivi sono inibiti i commenti a questo articolo.

 

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5 agosto 2012 – Pax vobiscum

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

Il capitano Catania ricevette sulla linea diretta la telefonata del reverendo priore dei cappuccini di ***.

Si raddrizzò di scatto sulla sedia e disse: «Comandi, Signor Generale.» Ascoltò con attenzione la cortesissima richiesta che gli venne fatta; terminò la telefonata con un: «Sempre agli ordini.» Si rilassò sulla sedia e pensò a cosa avrebbe fatto lui, il giorno in cui fosse andato in congedo.

Poi fece chiamare il brigadiere Pautasso e l’appuntato Pellegrino.

Una volta tanto i due compari avevano la coscienza pulita: non avevano ficcato il naso in indagini che non li riguardavano da almeno due settimane.

«Ho bisogno di chiedervi un favore.» Orbene, un capitano dei carabinieri, anche se è un ufficiale educato e rispettoso dei propri sottoposti come Catania, di solito, non chiede favori: se proprio è necessario, si limita ad invocare le ragioni di servizio e dà degli ordini; i due amici incominciarono a preoccuparsi.

«È una cosa personale, non di servizio. Ho bisogno che domani mattina, è domenica e non siete di servizio, vi rechiate al convento dei cappuccini di ***, ritiriate un pacchetto e lo portiate all’arcivescovado. Potete?».

Ad una richiesta così cortese non è pensabile opporre rifiuti e comunque Pautasso e Pellegrino avevano troppe cosette da farsi perdonare dal capitano, quindi dissero in coro: «Signorsì, Signor Capitano».

«Vi metterete in borghese e vi mescolerete ai turisti in gita; sarebbe meglio se portaste con voi la tua fidanzata, Pautasso, e tua moglie, Pellegrino, aiuterebbe a non dare nell’occhio. Pensate possano venire e sappiano tenere riservata la cosa?».

«Maria sicuramente sì, volevamo fare una gita. Purché torniamo nel primo pomeriggio: è di turno in ospedale.» Rispose Pautasso.

«Sasà ha il morbillo, Signor Capitano, non posso chiedere a mia moglie di venire.» Disse l’altro.

«Fra le tue tante cugine e nipoti, Pellegrino, non ne hai una dell’età giusta da far passare per la tua fidanzata, che possa venire e soprattutto che sappia tenere la bocca chiusa, se vi vede tornare con un pacchetto?».

«Posso chiedere alla figlia di mio fratello Salvatore, ha ventidue anni e si sta laureando in matematica. Se permette, vado a telefonarle per chiederglielo».

Catania e Pautasso rimasero soli nell’ufficio del comandante. Il brigadiere ne approfittò per far cadere lì, come se niente fosse: «Sarà anche un’occasione per girare disarmati, a volte mi sembra di essere ancora in Kosovo.» A forza di frequentare gli indigeni, anche il bravo piemontese aveva imparato a dire una cosa per significarne un’altra.

«E quando mai un carabiniere gira senza la sua arma, Pautasso? Comunque, se vuoi sapere se le signore corrono dei rischi, posso risponderti di no: se non ne fossi sicuro non vi avrei chiesto di portarle con voi. Dovete però raccomandare loro di non raccontare in giro i dettagli della gita. Puoi fidarti di Maria?».

«Signorsì, finirà che dovrò proprio decidermi a chiederle di sposarmi, ma tanto lo volevo fare uno di questi giorni».

Pellegrino confermò che la nipote Concettina era felice di fare una gita con lo zio e che era stufa di restare in casa a studiare.

«Dì un po’, Pellegrino, Concetta tua zia, Concetta tua nipote: quante Concette avete in famiglia?» Chiese ridendo Pautasso, quando furono fuori dell’ufficio del capitano.

«Quindici, no sedici, l’ultima l’abbiamo battezzata la settimana scorsa. Cettina è il genio di famiglia: tutta trenta e lode, si sta laureando in matematica con una tesi sulle stringhe».

«E che c’entrano le scarpe con la matematica?».

«Ho detto stringhe, non scarpe: una cosa complicatissima pare. E poi cosa vuoi che ne sappia io di matematica, era festa grande in casa quando mi davano quattro di matematica, una volta ho preso meno undici».

A suo tempo Pautasso, di matematica, viaggiava addirittura sul sei e mezzo, ma non gli sembrò il caso di infierire sull’amico. Il mattino dopo, però, guardò per bene il genio con gli occhioni neri e sperò che Maria non diventasse gelosa; per fortuna le due ragazze fecero subito amicizia e la gita sino al famoso convento fra le colline fu una bella passeggiata estiva, non faceva nemmeno un caldo insopportabile.

Come da ordini entrarono mescolati ai turisti, Pautasso consegnò la busta datagli da Catania ad uno dei frati e dopo dieci minuti vennero invitati a recarsi nello studio del priore; le due ragazze restarono in una specie di anticamera o sacrestia ad ammirare dei mobili barocchi che avrebbero fatto la fortuna di un museo.

Il priore non era solo: seduto ad un ampio tavolo, gemello di quello della sacrestia, c’era un frate vecchissimo. Se aveva meno di novanta, novantacinque anni voleva dire che li portava proprio male, ma più probabilmente aveva abbondantemente passato i cento: la barba lunga sino alla vita e i capelli bianchissimi, la carnagione scura, gli occhi ancora vivacissimi e scintillanti: nell’insieme l’aspetto di un saraceno, come quei mullah che a volte si vedono in televisione. Teneva una mano magrissima, addirittura scarna, posata su di un pacchetto delle dimensioni di un grosso libro, avvolto in tela come quella delle tonache dei frati, legato a spago doppio e ricoperto di bolli di ceralacca. I due carabinieri si sentirono più intimiditi dalla vista del vecchio che dallo sguardo severo dell’altro cappuccino.

Il priore si avvicinò al pacchetto ma il vegliardo non spostò la mano. «Fra Gerardo, vi rammento il vostro voto.» Disse con voce ferma il priore.

«Avete ragione, è giunta l’ora.» Il vecchio si alzò, fece una leggera carezza con la punta delle dita al pacchetto e aggiunse: «Pax vobiscum», non si capì se diretto all’involto o ai due carabinieri, che guardavano la scena facendo finta di non essere stupefatti.

«Consegnerete questo involto al segretario di Sua Eminenza: vi sta aspettando.» Disse il priore una volta rimasti soli. Stette in silenzio per qualche minuto, guardandoli con occhi tanto severi da sembrare feroci, e aggiunse: «Sono sicuro che sapete obbedir tacendo. Metterete il pacchetto in questa busta di carta, è di quelle che usiamo per vendere ai turisti i ricordi del convento: servirà a mimetizzarlo quando uscite. Ringraziate il Capitano Catania da parte mia».

«Comandi, signorsì!» Non lo fecero apposta, scappò loro di bocca, ma non ebbero l’impressione di essersi sbagliati, nemmeno quando il cappuccino li benedisse – loro o il pacchetto? – con un segno di croce.

Il viaggio di ritorno fu stranamente silenzioso, ma la giornata era splendida, il paesaggio estivo meraviglioso e quando lasciarono a casa le ragazze tutti erano di buon umore. I due carabinieri furono ancora più di buon umore dopo aver consegnato il loro carico all’arcivescovado ed aver telefonato al capitano, per annunciare la missione compiuta e trasmettere i ringraziamenti del priore.

Il mattino dopo, tanto per cambiare, erano di turno all’alba.

«Ma lo sai, Pautasso, che cosa ha fatto il vecchio frate?».

«Quale dei due? il priore o l’altro?».

«Quello con la barba sino alle ginocchia, Fra Gerardo: ha corretto la tesi di Concettina».

«Come la tesi? che c’entra la tesi?».

«Concettina si porta sempre dietro le bozze nella borsa, ci lavora da più di un anno e le studia in continuazione, la prendiamo anche in giro in famiglia. Ieri aveva avuto un’idea, aveva tirato fuori il pacco dei fogli e se li stava guardando sul tavolone della sacrestia. Dice che è uscito un frate vecchissimo con la barba, ha dato passando uno sguardo distratto ai fogli, le ha tolto di mano la biro e ha cominciato a correggerli: cancellava un pezzo qua e scriveva una formula là, girava la pagina e correggeva qualcosa; dice che tac, tac, tac, nei cinque minuti che abbiamo passato col priore, se l’è corretta tutta. Dice che era piena di errori, niente di grave, ma che adesso è proprio giusta e la può portare al relatore. Ma tu hai idea di chi è quel frate?».

«E come faccio a saperlo? I conventi sono pieni di gente strana: sembra che da qualche parte ci sia persino un generale dei carabinieri».

 

Scusatemi, avevo finito di raccontare e stavo uscendo, ma vedo che si sono alzate delle mani – poche per fortuna – cosa volete sapere? Chi è lo stramaledettissimo frate barbuto? Perbacco, signori, un po’ di rispetto. È un personaggio importante, dovreste conoscerlo. E poi proprio oggi è il suo centoseiesimo compleanno…

Va bene, facciamo finta di essere in televisione, vi darò un aiutino: se proprio non lo riconoscete, cercate su Google “vivacissimi e scintillanti: nell’insieme l’aspetto di un saraceno” e lo trovate subito.

Indice delle puntate precedenti

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Tragedia in famiglia

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

“È stato lui.” Pensò ad altissima voce Pellegrino, rivolto al compare.

“Ma certo che è stato lui.” Rispose Pautasso, urlando nel più assoluto silenzio.

Il ventenne che stava parlando con i due carabinieri era, con tutta evidenza, messo molto male. In primis perché gli era sparita la famiglia: padre, madre e zia vedova; in secundis perché raccontando gli eventi ai fratelli Branca era riuscito a convincerli della sua colpevolezza anche solo dichiarando le proprie generalità; in terzis – lo so che non si dovrebbero usare né secundis né terzis, ma rendono l’idea – perché aveva proprio una faccia e un fisico adatti a quelle generalità: Euforbio Zebedei. Non sto a descriverveli, ognuno di voi può immaginarsi quelli che preferisce in base agli euforbizebedei che ha conosciuto.

Tutta una vita di appelli scolastici con quel nome e cognome – quando non con il più ministeriale cognome, (virgola di separazione ben udibile) nome – lasciano le stimmate e fanno pensare a tutti che prima o poi prenderai un’accetta e farai fuori i colpevoli di un tale abominio, nonché tutto il parentado a portata di mano.

Euforbio Zebedei, anche se forse inconsciamente, lo sapeva benissimo ed aveva un alibi a prova di bomba.

«Sono arrivato questa mattina in aereo.» Disse. «Ho dato un esame ieri pomeriggio in Bocconi, l’ultimo dell’anno; questa mattina mi aspettavo che venissero a prendermi in aeroporto, ma non c’era nessuno. Ho telefonato un paio di volte ma non mi hanno risposto, li ho aspettati quasi un’ora e poi mi sono rassegnato a spendere i soldi di un taxi da Punta Raisi a qui e ho trovato la casa vuota e la posta degli ultimi giorni abbandonata nella cassetta. Sulla segreteria telefonica c’è solo il mio messaggio di ieri sera, in cui li avvertivo che arrivavo a casa una settimana prima, perché ho anticipato l’ultimo esame».

“Peccato, speravamo di aver già risolto il caso.” Pensarono, all’unisono ma molto più piano, Pautasso e Pellegrino. E poi continuarono a pensare, perfettamente sincronizzati: “Bisogna ancora fare un bel po’ di verifiche, però, e poi perché mai…”.

La risposta al “perché mai” arrivò subito.

«Mi rendo conto che è strano chiamare i carabinieri, senza prima fare delle ricerche e dei controlli, ma non saprei come farli: non abbiamo parenti a Palermo e i miei non hanno amici in città. Non ho provato nemmeno a chiedere nei negozi qui intorno, tanto sono sicuro che non mi saprebbero o vorrebbero dire niente, qui praticamente nessuno mi conosce».

«I vicini di casa?» Domandò Pautasso.

«Lo studio medico al pian terreno oggi è chiuso, ho provato ugualmente a suonare ma non mi ha risposto nessuno. Al piano sopra questo abita una signora che ha passato i novant’anni, è molto sorda e un po’ rimbambita, quando ho suonato al campanello – ha aspettato che lo facessi tre o quattro volte – ha urlato di andare via o chiamava i carabinieri. A quel punto tanto valeva che lo facessi io e ho telefonato al 112».

«Ma i suoi genitori non potrebbero essersi presi qualche giorno di vacanza,» continuò Pautasso, «in fin dei conti lei è arrivato una settimana prima del previsto…».

«Non ne fanno mai in questo periodo e poi mia zia è anziana e malferma di salute, vanno solo alle terme tutti insieme una volta all’anno in bassa stagione: spendono poco e si curano. Inoltre la macchina è in garage, si muovono sempre e solo con la macchina».

«Non potrebbero essere in ospedale, magari per un incidente…”. Si provò a chiedere Pellegrino.

«Mi avrebbero avvertito e poi tutti e tre in ospedale mi sembra impossibile, e come fanno ad aver avuto un incidente se l’automobile è nel box in fondo al giardino?».

«Ha ragione.» Disse Pautasso. «Pellegrino prova un po’ tu a farti dire qualcosa dalla vicina di sopra, magari con un carabiniere siciliano in divisa ci parla».

Ci volle un bel po’ prima che l’appuntato riuscisse ad ottenere un “che volete?” attraverso una porta con quattro serrature.

«Carabinieri, Signora, vorremmo parlarle».

Dopo un innumerevole numero di scatenacciamenti la porta si socchiuse, protetta da una catenella di sicurezza che sarebbe andata bene per l’ancora di un traghetto della Tirrenia.

«Siete venuti ad arrestarlo?» Urlò, come fanno spesso i sordi, una specie di prefica vestita di nero.

«Chi, Signora?» Dovette chiedere tre o quattro volte a voce sempre più alta il povero carabiniere.

«Quello di prima, quello che mi voleva violentare».

«Quello era il signor Zebedei, Signora. Stava cercando i suoi genitori, che sembra non siano in casa da qualche giorno, li ha per caso visti di recente?».

«No che non li voglio vedere, cercano sempre di violentarmi, anche la malata, che poi se ti baciano una si prende la tisi o il mal francioso…».

«Grazie, Signora, lei è stata molto gentile.» La salutò Pellegrino prima di scendere le scale, inseguito dall’urlo della parca che comunicava all’universo mondo: «Signorina sono».

Gli altri due aspettavano sulla porta di casa Zebedei ed avevano sentito tutto, perfino il giovane non poteva fare a meno di sorridere.

«Immaginavo che avrebbe detto qualcosa del genere, sono contento che l’abbiate sentita con le vostre orecchie: gli amici a Milano non ci credono quando lo racconto».

«Certo che come testimone è molto utile.» Commentò Pautasso. «Signor Zebedei, lei ha già guardato in tutta la casa?».

«Sì, naturalmente. Le camere sono grandi come usava in queste vecchie case siciliane, ma poche; ho posato le valige dove le vedete qui nell’ingresso e li ho cercati in tutte le stanze, poi ho visto che c’erano dei messaggi sulla segreteria, ma è solo il mio di ieri sera. Sono andato a guardare in garage perché potevano essere venuti in aeroporto all’ora sbagliata o aver avuto un incidente sul percorso, ma c’è la macchina. Come vi ho già detto ho suonato dal medico e dalla signora, pardon signorina, Platania e poi vi ho chiamati».

A questo punto i due carabinieri dovevano incominciare a comportarsi sul serio da carabinieri e dare il via alle indagini.

«Ha toccato qualcosa in casa, Signor Zebedei?».

«Solo le maniglie delle porte, credo, e il pulsante della segreteria telefonica. Il 112 l’ho fatto dal cellulare perché le chiamate di emergenza sono gratis».

«Dovrebbe venire al comando per la denuncia, Signor Zebedei. Magari è meglio chiamare un taxi, se non desidera farsi vedere a salire sulla nostra macchina davanti a tutti i vicini che, come al solito, staranno appostati dietro le finestre».

«Che vadano al diavolo i vicini, nemmeno li conosco. Mi va benissimo se mi portate voi, così non spendo i soldi del taxi. Ne ho già buttati via abbastanza per venire sin qui dall’aeroporto».

 

Mentre Pellegrino cominciava a verbalizzare con tutta calma i dati personali del denunciante, Pautasso corse ad avvertire il capitano Catania che avevano un cliente delicato: uno la cui denuncia poteva finire o nel nulla o su tutti i telegiornali per settimane.

Catania ascoltò il rapporto sulla situazione, non c’era poi molto da ascoltare, tirò un sospirone, diede uno sguardo alle pile di carte che ingombravano la scrivania: il venerdì prometteva di essere peggio del giovedì, che a sua volta… Si alzò e venne a vedere di persona quell’inverosimile Euforbio Zebedei che Bibì & Bibò avevano pescato quella mattina.

«Buongiorno, Signor Zebedei, sono il capitano Catania. Il brigadiere Pautasso mi ha detto che sono scomparsi i suoi genitori e sua cugina».

«Mia zia, Capitano, la sorella maggiore di mio padre».

«Che età avevano i suoi genitori?».

«Perché dice avevano, non penserà mica che siano morti?» Fu la secca risposta.

«Mi scusi, deformazione professionale, ma ha ragione: l’uso del passato è quantomeno prematuro e spero proprio che non si debba mai usare in questo caso. L’età ci interessa per capire se possano aver perduto la memoria o aver fatto qualcosa di strano».

«Mio padre ha sessantaquattro anni, mia madre cinquantanove e zia Ersilia settantacinque. Sono anziani ma non hanno problemi neurologici, nemmeno mia zia che è malata ma di disturbi reumatici e cardiaci».

«E dice che non sono abituati ad allontanarsi di casa senza avvertirla».

«Al massimo durante la bella stagione vanno qualche mezza giornata in spiaggia e ad ottobre passano sempre tre settimane alle terme, ma in quel periodo io sono già a Milano».

Catania decise che tanto valeva che il gioco lo conducesse lui. Nome e cognome, uniti alla faccia ed all’aspetto fisico del giovane, erano talmente lombrosiani da meritare il suo intervento.

«Che lavoro fa suo padre?».

«È pensionato, per tutta la vita ha fatto l’impiegato in Pirelli a Milano, mia madre è casalinga mentre mia zia ha una pensione di reversibilità del marito. Vive con noi da quando è rimasta vedova diciotto anni fa».

«Lei studia a Milano, mi hanno detto».

«Ho finito il secondo anno di Economia in Bocconi, ho dato ieri pomeriggio l’ultimo esame e sono venuto a Palermo con una settimana di anticipo sul previsto».

«E ha trovato questa strana sorpresa. Solo per curiosità, Signor Zebedei, che voto ha preso?».

Il giovane guardò bene diritto in faccia Catania che si sentì leggermente a disagio.

«Vuole sapere se ho sterminato la famiglia per nascondere un fallimento negli studi? Ho la media esatta del trenta e lode, mi stanno già facendo proposte di lavoro interessanti, ma prima devo prendere la laurea specialistica e non mi dispiacerebbe un dottorato ad Harvard».

«Non intendevo… No, ha ragione, volevo sapere proprio quello: è inutile nasconderglielo. A questo punto le chiedo subito chi potrebbe trarre vantaggio dalla scomparsa dei suoi parenti, ci sono altri eredi oltre a lei?».

Altro sguardo inceneritore.

«Non ci sono eredi: la casa è mia e miei sono i soldi in banca e i titoli che troverete con i vostri accertamenti, i miei genitori e la zia vivono solo con la pensione di mio padre e di ciò che avanza di quella di zia Ersilia dopo le cure. Io li aiuto un poco, ma non spendono molto».

Catania e Bibì & Bibò non ebbero nemmeno bisogno di guardarsi: anche quel movente finiva nel nulla.

«Quindi l’appartamento dove vivete è intestato a lei?».

«Tutta la casa: il dottore e la vecchia rimbambita del secondo piano sono affittuari da sempre. Prima che mi faccia altre domande sulla mia situazione patrimoniale, le darò io le informazioni che le mancano. Mio padre è di Milano mentre la mamma è originaria di Siracusa, si sono conosciuti durante una vacanza a Roma e dopo il matrimonio sono andati a vivere a Milano. Io sono nato quando avevano già una certa età e mi hanno dato il nome di uno zio della mamma che stava a Palermo: Euforbio, Oronzo, Aristarco. E meno male che sui documenti compare solo il primo nome, come potrà immaginare è già stata abbastanza dura così. Il prozio non aveva eredi e quattro anni fa ha lasciato tutto a me, casa e denaro, ma con la clausola che non si vendesse la proprietà per almeno dieci anni e non si desse lo sfratto agli inquilini. Papà era appena andato in pensione e allora si sono trasferiti in Sicilia: era inutile pagare l’affitto a Milano avendo dove vivere qui».

«Quindi lei ha finito le superiori a Palermo è poi è tornato a Milano alla Bocconi».

«In Bocconi. No, Capitano, ho preferito restare in un collegio di Milano e finire il liceo classico là; in fin dei conti i soldi sono i miei e ho ritenuto che l’investimento valesse la pena».

«Ah, è per questo che non conosce i vicini di casa.» Intervenne Pautasso.

«E non ci tengo a conoscerli. Vengo qui per le vacanze, ma passo quasi tutto il mio tempo a studiare in anticipo il programma dell’anno accademico successivo.» Rispose secco Euforbio Zebedei.

Al capitano Catania quel tipo cominciava a stare davvero sugli zebedei, anche se forse poteva avere i suoi bravi motivi per fare tanto l’antipatico: non doveva aver avuto una vita facile.

«Mi ha detto che lei aiuta economicamente i suoi parenti, saprebbe dirci se negli ultimi tempi hanno fatto spese strane, se hanno speso somme importanti intendo o se ci sono stati movimenti finanziari insoliti?».

«Posso dirglielo con certezza perché controllo il loro conto corrente via Internet e, se qualche volta l’anno hanno proprio bisogno di fondi, faccio dei bonifici dai miei conti al loro, sono soldi che poi riprendo quando gli arrivano le tredicesime delle pensioni. Pago io con un bonifico dal loro conto anche la permanenza alle terme tutti gli anni. Non hanno fatto nessuna spesa inconsueta, consumano tutta la pensione senza risparmiare niente ma non hanno uscite strane».

Che bravo figliolo generoso, gli zebedei di Catania erano tutti ammaccati a forza di sostenerlo. Il capitano si vendicò del malumore che gli faceva venire, costringendolo a spendere dei soldi per andare in albergo: la casa doveva restare a disposizione per i rilievi scientifici.

 

Partito il forse orfano, dopo essersi fatto consigliare un albergo che non costasse troppo, con il taxi a proprie spese naturalmente, il capitano Catania stette a guardare i suoi segugi.

«Visto che dai primi controlli non risultano ricoverati in nessun ospedale di Palermo e dintorni,» disse l’ufficiale, «dobbiamo prendere la cosa sul serio e pensare al peggio: non possiamo permetterci che fra un paio di giorni ne trovino i cadaveri tagliati a pezzi in qualche cassonetto delle immondizie, magari dietro il Teatro Massimo come siete abituati voi due. Come minimo dobbiamo dimostrare di esserci dati ben da fare con la caccia, caccia in tutte le direzioni intendo».

«Capitano, pensa che sia stato lui?».

«È difficile ma non impossibile. Quello che è certo è che fra un paio di giorni cominceranno a insinuarlo i giornali e fra una settimana ci crederanno anche in procura. Se qui a Palermo salta fuori qualcosa pro o contro di lui, dovrà essere a prova di bomba, penso però che i colleghi di Milano troveranno subito le prove che non si è mosso da là. Tenete presente che uno che prende quei voti alla Bocconi, anzi “in Bocconi” come ha tenuto a farci notare, non è per niente stupido e se è responsabile della sparizione ha fatto le cose per benino.

Adesso andate e cercate di scoprire qualcosa».

 

Pautasso e Pellegrino cominciarono preparare un piano d’azione.

«Cominciamo dai vicini o dai negozi?» Chiese Pellegrino.

«Dal dottore del pian terreno, se sono arrivati da Milano senza conoscere nessuno è facile che lo abbiano scelto come medico di famiglia. In questo caso sa dirci come stanno realmente di salute e magari ha visto qualcosa i giorni scorsi. Hai preso il suo nome quando eravamo là?».

«Ma mi prendi per scemo, certo che ce l’ho il nome, basta che cerchiamo il numero sulle Pagine Bianche di Internet».

“Basta che”, facile credere nei miracoli della tecnologia moderna: il numero c’era ma l’indirizzo era quello che conoscevano già nella casa degli scomparsi. Provarono lo stesso a telefonare senza ottenere risposta, provarono con l’ordine dei medici di Palermo ma avevano solo quello stesso numero, provarono a cercare sugli elenchi di carta ma sempre con lo stesso risultato. Disperato Pautasso telefonò in ospedale a Maria per vedere se riusciva a sapere qualcosa; dopo la prevista rampogna: “Mi telefoni solo per dirmi che sei bloccato da un’indagine e la sera non ci vediamo o per chiedermi un favore”, la morosa del sottufficiale promise di chiedere in giro e di richiamarlo sul cellulare in caso di successo.

I due carabinieri erano quasi arrivati alla palazzina degli Zebedei, mentre aspettavano informazioni sul dottore tanto valeva fare un giro per il vicinato, quando arrivò la telefonata di Maria. Il dottor Calì era molto anziano, tanto anziano da essere stato il medico della mutua del suo primario di urologia quando era bambino, il capo di Maria sapeva dove abitava ma non aveva il numero di telefono; per fortuna era vicino allo studio e furono subito lì.

Era anziano davvero, quasi quanto la rimbambita signorina Platania, per fortuna era lucidissimo e pimpante come se avesse avuto vent’anni di meno. Non aveva molte informazioni ma quelle poche furono precise ed utili: nessuno della famiglia Zebedei – erano davvero suoi pazienti, fra i pochissimi che gli restavano, alla sua età avrebbe evitato di prenderli quattro anni prima, ma erano i parenti del povero Euforbio… – aveva problemi di memoria, anzi; li aveva visti lunedì mattina, martedì lo studio era chiuso e né mercoledì né giovedì aveva avuto loro notizie.

Gli chiesero se ne fosse sicuro e seppero che la signora Ersilia aveva l’abitudine di girare per casa con delle ciabatte con il tacco che facevano un rumore molto caratteristico, rumore che non si era sentito così come gli altri suoni tipici di una casa abitata; alla sua età ci sentiva ancora benissimo e ne era con evidenza molto orgoglioso.

Gli chiesero ancora – senza fargli violare il segreto professionale beninteso – se le condizioni di salute dei suoi vicini fossero tali da rendere possibile un improvviso ricovero in ospedale e ne ricavarono che nessuno di loro aveva niente di particolarmente preoccupante, persino i problemi di salute della signora Ersilia, se continuava a curarsi, l’avrebbero lasciata vivere sino a cent’anni, aveva visto certi casi lui… e comunque, quando tutti gli anni andavano alle terme, faceva la prescrizione affinché almeno parte delle cure venisse passata dal Servizio Sanitario Nazionale. Figurarsi se si sarebbero fatti ricoverare senza dirglielo e senza ricetta, parsimoniosi come sono…

 

Bene: perlomeno potevano circoscrivere la scomparsa degli Zebedei al periodo che andava dal lunedì pomeriggio alla notte fra martedì e mercoledì. Già che erano lì potevano passare dalla casa e vedere se i colleghi stavano facendo i rilievi, poi avrebbero chiesto in giro ai vicini se avevano visto qualcosa di strano, ma tanto erano sicuri che nessuno avrebbe aperto bocca per dire qualcosa di utile.

I colleghi erano già lì assieme allo Zebedei figlio, venuto a prendere le sue valige. Confermarono che la casa non presentava il minimo segno di disordine e non c’erano tracce di effrazione su porte e finestre, anzi tutto era tirato a lucido e pulitissimo e a prima vista risultavano solo le impronte digitali – molto poche a dire il vero – di tre persone e quelle sulle maniglie e sul pulsante di ascolto della segreteria lasciate verosimilmente dal figlio, al quale avevano già chiesto di poterle prelevare per un confronto.

«I suoi tenevano la casa in perfetto ordine, Signor Zebedei.» Disse Pautasso, che ormai riusciva a pronunciare quel cognome senza rischiare di mettersi a ridere.

«Mia mamma è sempre stata maniaca dell’ordine e della precisione, anche quando abitavamo a Milano ha sempre cominciato a pulire la casa la mattina alle sei, passava lo straccio persino sui miei quaderni mentre facevo i compiti».

 

«Ci credo che il povero Euforbio ha preferito restare in collegio a Milano,» rise Pautasso mentre cominciavano il loro giro a piedi del vicinato, «con una madre simile. Dì, Pellegrino, sei sicuro che non sia parente di tua zia Concetta, hanno le stesse abitudini».

«Di zia Concetta ce n’è una sola.» Rispose l’altro. «Speriamo piuttosto che qualcuno abbia visto qualcosa».

Qualcosa era stato visto e sorprendentemente venne riferito: i vicini di fronte avevano visto le luci accese la sera di lunedì, ne erano sicuri perché il neon della luce pubblica era bruciato come al solito e, quando erano tornati a casa dal ristorante quella sera, la sola illuminazione proveniva dalle finestre degli Zebedei. Altri ragni non fu possibile rintracciare in alcun buco ed i due dovettero accontentarsi di aver ristretto ulteriormente il periodo in cui era avvenuta la scomparsa.

Il capitano Catania dovette accontentarsi anche lui ma, sinceramente, non si aspettava di più. Diede loro le istruzioni per il giorno successivo e li mandò a casa.

I nostri eroi passarono il sabato a cercare un taxi che avesse caricato tre persone anziane, due donne e un uomo, il martedì da quelle parti. A piedi non potevano essersi allontanati, la signora Ersilia faceva fatica a camminare, la macchina era in garage ed era inutile pensare ai mezzi pubblici, visto che proprio quel giorno – anche quel giorno – erano in sciopero a causa di un astruso rinnovo del contratto di lavoro che andava avanti da otto mesi.

La domenica non erano di servizio e si fecero i fatti loro. In compenso lo Zebedei figlio ruppe abbondantemente i medesimi al capitano Catania: voleva sapere quando poteva tornare a casa e lasciare l’albergo. In fin dei conti non era una richiesta insensata, ma il povero Euforbio stava ormai così antipatico all’ufficiale che si sentì rispondere: “Rebus sic stantibus, non prima che vengano rintracciati i suoi parenti.”, lasciando intendere “vivi o morti”, roba da Far West.

Lunedì mattina il capitano mise un po’ di fuoco al culo dei suoi cacciatori: in procura stavano cominciando a spazientirsi ed anche la stampa aveva incominciato a ficcare il naso, se non si sbrigavano finivano tutti a “Porta a porta” con contorno di sociologi e criminologi d’accatto.

Il bruciore al fondo dei pantaloni non produsse però alcun risultato, in compenso arrivò da Milano la conferma dei colleghi: Euforbio Zebedei era considerato un genio e si scommetteva su a quale età sarebbe diventato governatore della Banca d’Italia e dozzine di testimoni erano pronti a giurare che non si era mosso dal capoluogo lombardo; inoltre sembrava che chiunque parlasse con lui di economia per cinque minuti, si dimenticasse immediatamente del suo nome obbrobrioso e del suo aspetto da secchione sfigato. Sfumava così anche il sospetto – la speranza forse – che avesse fatto fuori i congiunti per vendetta onomastica. Naturalmente le verifiche bancarie non dissero nulla di diverso da quello che già si sapeva. Buio completo come al solito.

 

Tanto per cambiare, Pautasso e Pellegrino quel lunedì facevano il doppio turno: cioè il mattino e poi la notte a partire dalle ventidue.

Inevitabilmente quella sera furono loro ad essere avvertiti dal comando di correre a casa Zebedei: i vicini di fronte avevano visto le luci accese in casa ed avevano telefonato.

La pantera arrivò sotto la palazzina a luci e motore spento per non farsi notare. Figuratevi, si capiva benissimo che, dietro le finestre di metà della via, occhi curiosi ed aguzzi stavano in agguato. Il portoncino d’ingresso si aprì in silenzio usando solo un po’ di buona volontà: cioè la tessera fedeltà di un noto supermercato, flessibile al punto giusto per far scattare lo scrocco, non c’era carabiniere o ladro di Palermo che non ne avesse una in tasca.

I sigilli sulla porta di casa Zebedei erano stati strappati.

I nostri eroi si piazzarono pistola in pugno ai due lati della porta e bussarono energicamente.

Un ticchettoso rumor di ciabatte si fece udire sempre più forte, lasciando capire ai due chi avrebbe aperto la porta.

La signora Ersilia era sull’uscio e, un poco più indietro, papà e mamma Zebedei guardavano con aria stupefatta i fratelli Branca alla loro porta.

Non stettero nemmeno a chiedere perché avessero commesso il reato di strappare i sigilli, la domanda fu: «Dove siete stati questi sette giorni, ché vostro figlio ha denunciato la vostra scomparsa».

«Ma Euforbio è a Milano per gli esami.» Fu la coerente risposta.

«È tornato prima perché ha finito gli esami in anticipo, è arrivato venerdì mattina».

I tre vecchi piombarono a sedere su altrettante sedie della cucina. Mamma Zebedei trovò la forza di chiedere: «Come sono andati gli esami?».

«Tutti trenta e lode come al solito. Dove eravate?».

«In crociera, l’aria di mare mi fa bene ai miei reumatismi.» Rispose Ersilia.

«Era un last minuto che ci hanno fatto in agenzia, ci sono anche venuti a prendere e ci hanno riportati a casa a gratis con il pulmino.» Aggiunse papà.

«Ma perché non l’avete detto a vostro figlio?».

«Non volevamo farglielo sapere.» La mamma questa volta.

«Ma perché?».

Adesso toccava di nuovo a zia Ersilia: «Ci conta i soldi con intrenet, abbiamo risparmiato sul mangiare tutto l’anno, vedrete la scenata che ci farà venendo a casa».

 

E scenata fu. Tanto per incominciare Euforbio voleva indietro i soldi dei taxi e dell’hotel, poi avrebbero fatto i conti per la paura che si era preso, il tempo perso al comando dei carabinieri e per le tre giornate che aveva dovuto studiare scomodo nell’albergo, poi…

 

Non so dirvi se Euforbio Zebedei diventerà governatore della Banca d’Italia, dopo il dottorato ad Harvard naturalmente, ma non lo escluderei.

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