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Romanzi, racconti e altre fanciullaggini

Il cornuto

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

Il brigadiere Pautasso e l’appuntato Pellegrino arrivarono sul luogo del delitto cinquanta, al massimo sessanta, secondi dopo il fattaccio: erano nella strada a fianco quando sentirono gli spari e dovettero soltanto mettersi a correre e girare un paio d’angoli delle vie. Con tutta la prudenza dovuta alla lunga esperienza, armi in pugno, diedero uno sguardo oltre l’angolo da cui erano sembrati provenire i colpi, pronti a buttarsi indietro prima di ricevere una scarica di proiettili: la strada era vuota, o meglio, quasi vuota. C’erano infatti due corpi a terra e quattro corpi in piedi, questi vistosamente di turisti; mancavano completamente i palermitani che solitamente, a quell’ora, frequentavano la stradina del centro storico; in compenso si vedevano ancora le tende dei negozi ondeggiare dopo l’ingresso frettoloso dei passanti, dimostrazione del fulmineo rigetto di ogni possibile testimonianza.

Fortunatamente le due coppie di turisti si misero subito a disposizione delle forze dell’ordine; i primi a parlare furono due coniugi svizzeri, professori di storia dell’arte a Zurigo, che in un italiano legnosamente perfetto dichiararono: «L’uomo in mezzo alla strada è stato ucciso dall’altro che giace sul marciapiede. Sono usciti dal quel bar correndo, uno dei due ha sparato alcuni colpi all’altro, gli ha dato il colpo di grazia alla testa e poi si è suicidato.» Descrizione chiara e coerente degli eventi da parte di testimoni affidabili, il sogno di ogni carabiniere.

La seconda coppia era ancora meglio, due ragazzi giapponesi che, in un inglese che persino Pautasso e Pellegrino capirono benissimo, dissero: «Stavamo riprendendo la strada con la nostra videocamera ad alta definizione, possiamo farvi vedere subito il filmato.» A meno che Pautasso e Pellegrino non fossero morti e arrivati meritatamente nel paradiso dei carabinieri, voleva dire che quello era il giorno dei miracoli. Il delitto era avvenuto esattamente come descritto dai due svizzeri, in più erano perfettamente identificabili tutti quei testimoni indigeni, così rapidamente scomparsi dalla strada. Prima ancora che arrivassero i colleghi, Pellegrino aveva acchiappato un paio di frequentatori abituali del bar che, costretti dalla nipponica evidenza, gli dissero ciò che può essere così tradotto in italiano: «Calogero è entrato nel bar e ha detto a Salvatore: “Tu mi hai preso mia moglie e io ti ammazzo.” Poi lo ha inseguito in strada, gli ha sparato tre o quattro colpi alla schiena ed uno in testa e si è suicidato».

Caso chiuso prima ancora di aprirlo: se questa volta il capitano Catania non era contento di loro, tanto valeva che chiedessero il congedo. Catania fu molto contento e, una volta tanto, prodigo di elogi.

Le grane incominciarono quando venne interrogata in procura la moglie dell’assassino, causa, secondo le concordanti dichiarazioni di una dozzina di testimoni, dell’intera tragedia. La donna, tarchiatella e con la faccia da tranquilla massaia, sconvolta dall’accusa di infedeltà, smise di piangere e negò nel modo più assoluto di aver mai tradito il marito: conosceva a malapena e di vista Salvatore; non sapeva nemmeno dove abitava; non si sarebbe mai sognata di mettersi con lui; voleva bene a Calogero che era un uomo d’oro, anche se molto geloso. Sfidò chiunque a portare le prove dell’adulterio, si appellò alla Madonna e a Padre Pio, ricominciò a piangere e non smise più.

Era ovviamente possibile che negasse per la vergogna o per la paura delle conseguenze: conseguenze famigliari o sociali, perché carabinieri e magistrato erano stati precisi ed esaurienti nel garantirle che l’adulterio non era un reato e che, se anche avesse tradito il marito, niente avrebbe fatto o potuto fare la legge contro di lei. La testa al toro la tagliò la suocera, la madre dell’omicida, che prese le difese della nuora con tutta la decisione che il suo dolore permetteva. «Calogero era gelosissimo,» disse, «proprio come il suo povero papà che mi faceva fare una vita d’inferno, ma sono sicura che Santina non lo ha tradito».

L’altro problema da affrontare era: dove diavolo l’assassino aveva preso l’arma del delitto. Domanda cretina ma fondamentale, visto che Calogero era incensurato e non era noto per avere rapporti con malavitosi: cretina, perché armi del genere si trovavano facilmente in vendita; fondamentale, perché sapere quando si era procurato la pistola avrebbe potuto far capire se l’omicidio era stato improvvisato o meditato a lungo. La perquisizione a casa dell’omicida non aveva dato risultati: niente armi, niente proiettili, nessun documento, non dico compromettente, ma almeno interessante. La speranza di trovare la classica lettera anonima, nella quale si informava il cornuto della gentilezza che gli faceva la moglie, era andata delusa: arma del delitto e delitto stesso sembravano nati dal nulla.

A casa di Salvatore la perquisizione aveva dato risultati più interessanti: c’erano un gigantesco televisore al plasma, cassette e DVD pornografici sufficienti a rifornire una videoteca del settore, riviste oscene in quantità e un enorme letto matrimoniale, con lenzuola leopardate in stile con la letteratura preferita dall’uomo. I vicini di casa avevano confermato ai carabinieri che c’era un via vai di donne di tutti i colori: anche siciliane? anche siciliane; ne conoscete qualcuna? ma figuratevi, quelle sono donnacce e noi siamo brava gente; qualcuno era venuto recentemente a cercare, magari a litigare, con Salvatore? nessuno.

La conclusione del magistrato fu che Calogero era diventato matto per la gelosia, aveva preso fischi per fiaschi ed aveva sparato alle sue ossessioni che erano state impersonate dal povero Salvatore: chiudiamo subito questa inchiesta ché ne abbiamo già fin troppe aperte.

I due amici quella sera fecero festa a casa di Pautasso: Maria era di turno, Rosalia aveva portato Sasà dai nonni e si fermava qualche giorno da loro, potevano fare gli scapoli e brindare al successo. Si sa come vanno a finire queste cose, si beve troppo e ci si fanno venire strane idee: purtroppo ai nostri eroi vennero idee di lavoro.

«A me non mi quadra.» Incominciò Pellegrino.

«Nemmeno a me.» Replicò Pautasso.

«È stato troppo facile».

«Troppo facile forse no, in fin dei conti tra la testimonianza degli svizzeri, il filmato dei giapponesi e quello che hanno detto i clienti del bar, dubbi su come andate le cose non ce ne sono. Però, ci credi tu, che uno diventa matto così, di colpo, senza un motivo?».

«Un motivo ce l’aveva e anche buono, per uno così geloso. Quello che mi chiedo è perché non ha sparato anche alla moglie. È quello che succede di solito in questi casi: prima uccidono la moglie, con comodo a casa, e poi l’amante».

Pautasso bevve un mezzo bicchiere di vino e disse: «Almeno poteva farle una scenata, che so, riempirla di botte e poi andare a sparare all’altro. Sto cominciando a pensare che è stata tutta una messinscena, che Calogero sapeva benissimo che la moglie non lo aveva tradito e che ha sparato a Salvatore per qualche altro motivo».

«E poi perché si è suicidato? Se avesse ucciso anche la moglie lo capirei, ma così… lì, in mezzo alla strada, senza neanche provarsi a scappare… Cosa ne dici,» propose Pellegrino, «ficchiamo il naso?».

Decisero di ficcare il naso. In quei giorni facevano servizio a piedi in quella zona, potevano risentire i testimoni che avevano già interrogato subito dopo il delitto; se facevano qualche altra domanda apparentemente di routine forse riuscivano a tirarne fuori qualcosa di nuovo, senza che si chiudessero a riccio come al solito.

In effetti, il giorno dopo, i testimoni e i conoscenti delle vittime erano più rilassati del solito, i fatti erano talmente chiari che nessuno aveva troppa paura di essere coinvolto. Circuìti con le debite maniere – diciamo che fecero finta di lasciarsi circuire: mostrare un po’ di spirito collaborativo con gli inquirenti oggi poteva servire come ottima scusa domani, per dichiarare di non sapere niente – gli interrogati qualcosina in più dell’abituale la dissero. La gelosia di Calogero non era tanto nei confronti della moglie ma degli altri uomini: era convinto che cercassero di portargliela via ed aveva fatto scenate in altre occasioni, mai comunque con Salvatore; non era però un uomo violento e nulla poteva far prevedere che le cose finissero così. Tutti confermarono che Salvatore era uno che le donne le guardava, le cercava e le trovava; ma di solito gli piacevano molto, ma molto più giovani di Santina e possibilmente forestiere, solitamente mercenarie e facilmente disponibili; però non disdegnava di certo le siciliane. Anche se non aveva mai avuto a ridire con Calogero a proposito della moglie – riuscirono a capire leggendo per benino fra le righe – ci sarebbero stati altri che avrebbero avuto motivi di discutere con lui su questo argomento; nomi ovviamente non ne vennero fuori, né con le buone né con le cattive. Era già qualcosa ma non abbastanza: soprattutto era incomprensibile perché Calogero se la fosse presa proprio con Salvatore, a meno che, diventato davvero matto, non avesse cercato per farci il tiro a segno il primo noto mandrillo a disposizione.

Pautasso sconsolato disse a Pellegrino: «Ma perché non sono andati a morire dalle parti di tua zia, lei avrebbe saputo persino i segni zodiacali».

«Non è detto, mia zia avrebbe finito per scoprire le corna di Calogero a forza di discorsi da comari, ma Salvatore è un po’ più complicato. Tanto per incominciare si permetteva la casa, il televisore al plasma da cinquanta pollici, tutta quella roba che hanno trovato i colleghi e non aveva un lavoro fisso, va bene che era praticamente incensurato però è evidente che i soldi non li guadagnava onestamente. Le prime idee che mi vengono in mente sono la droga e l’usura…».

«La droga no,» lo fermò Pautasso, «almeno non in casa: hanno fatto girare il cane in tutte le stanze. Restano l’usura, i furti, lo sfruttamento, magari trafficava proprio in donne, visto che gli piacevano tanto, e chissà quante altre possibilità ci sono ancora».

Altro per quel giorno non riuscirono a combinare; il mattino dopo, come c’era da aspettarsi, vennero convocati dal capitano Catania, che li guardò per bene e a lungo e poi chiese: «Visto che proprio non riuscite a non giocare a Sherlock Holmes, spiegatemi cosa c’è che non va questa volta».

«Non siamo convinti, è stato troppo facile».

«E vi lamentate? per una volta che non diventiamo cretini a capirci qualcosa…».

Pautasso, il compito toccava ovviamente a lui, spiegò per filo e per segno quello che avevano scoperto e, soprattutto, quello che non avevano scoperto; poi concluse: «Vogliamo capire perché Calogero, se era diventato matto, non ha sparato ad uno di quelli a cui aveva già fatto scenate di gelosia e vogliamo capire come campava Salvatore, visto che non lavorava e non risulta essere stato un delinquente abituale».

Catania se li guardò per bene di nuovo, pensò che rischiava di mettersi a litigare con il magistrato e il colonnello, tirò il fiato e decise: «Il sostituto ordina di chiudere l’inchiesta il più in fretta possibile. I risultati dell’autopsia non arriveranno prima di un paio di giorni: avete questo tempo per scoprire se è davvero solo un dramma della follia o se c’è qualcos’altro sotto. Non ho suggerimenti da darvi: agite con l’intelligenza guidata dall’esperienza, andate pure.» E, come al solito, abbassò gli occhi sulle pile di documenti che ingombravano la scrivania.

Usciti dall’ufficio del comandante, Pautasso chiese sovrappensiero a Pellegrino: «Non ti sembra che il capitano abbia messo su pancia negli ultimi tempi?».

«No, non mi… ma che razza di domanda è, scusa».

«Non lo so, una cosa così, mi è scappata, per un attimo mi è sembrato di vederlo molto ingrassato. Forse pensavo ancora a tua zia Concetta, che sa tutto di corna e cornuti dalle sue parti, e a quanto mi ha fatto mangiare l’ultima volta che siamo stati da lei».

«Allora Holmes,» cambiò argomento Pellegrino, «da dove cominciamo oggi?».

«Ah, oggi Holmes lo faccio io, visto che ci sono poche speranze di cavare il ragno dal buco… grazie Watson. Proviamo a tornare a rompere le scatole in giro e speriamo che qualcuno vuoti il sacco».

Naturalmente, nonostante il gran numero di scatole fracassate, nessuno vuotò il sacco, né quel giorno né quello successivo. La sera del secondo giorno Pautasso era a cena a casa di Maria, che una volta tanto non era di turno in ospedale, e sperava in una serata piacevole, quando arrivò la telefonata di Pellegrino: «Pautasso, sto venendo a prenderti, c’è uno che mi vuole parlare, ho bisogno di aiuto.» Come potete immaginare Maria non fu per nulla contenta: passi per la piacevole serata svanita, ma ci aveva messo quasi tre ore a preparare il dolce e le toccava mangiarselo da sola o buttarlo via; almeno novecento calorie da smaltire, va beh, avrebbe mangiato insalata per tre giorni.

«Sali, presto,» disse Pellegrino aprendogli la portiera, «abbiamo dieci minuti al massimo. Mi ha telefonato a casa uno che non mi ha detto chi è, vuole parlarmi per raccontarmi la storia di Calogero e Salvatore».

«Ma tu sei matto… e se è una trappola e ti sparano come ti vedono… hai avvertito il comando, almeno?».

«Figurati, avrebbero voluto organizzare un appostamento e tutto il resto, eravamo pronti domani mattina, e quello mi ha detto di andare da solo e mi ha lasciato mezz’ora di tempo. Comunque credo di aver capito chi mi ha chiamato: è uno di quelli che erano al bar l’altro giorno e non è un tipo pericoloso. In questo modo può salvare la faccia, non testimonia, non passa da informatore e forse noi riusciamo a capirci qualcosa. Ti ho chiamato, così se proprio è necessario mi puoi venire ad aiutare e poi puoi sentire anche tu quello che mi dice…».

«Ti ripeto che sei matto a correre un rischio simile… stai attento, accidenti, stavi per tirar sotto quel pedone… ma come faccio a sentire se devi andarci da solo?».

«Ho portato il trasmettitore che usava Rosalia nei primi tempi che abbiamo messo Sasà a dormire nella sua cameretta, voleva sentire se era ancora vivo o se aveva smesso di respirare, io la prendevo in giro ma è sensibilissimo e oggi torna buono. È a pile, io mi metto in tasca il trasmettitore, tu resti nascosto in macchina e stai a sentire la ricevente, se succede qualcosa puoi intervenire. Buttati giù adesso, ché stiamo arrivando.» E, senza lasciare all’amico il tempo di protestare, Pellegrino fermò la macchina, scese e si inoltrò nel buio dei giardini.

Io adesso i discorsi ve li traduco, così li capiamo ancora meglio di Pautasso, visto che il misterioso interlocutore parlava in dialetto stretto.

Pellegrino entrò nel vecchio vespasiano, fece quello che si fa di solito in posti del genere, finì, poi, per prudenza, avvicinò la mano alla pistola e disse, parlando al pisciatoio: «Sono io, mi hai chiamato a casa mezz’ora fa».

Miracolosamente il pisciatoio rispose: «Stammi bene a sentire perché non voglio ripetere. Tu e il tuo amico piemontese state rompendo troppo le scatole, e certa gente se la prende con noi se non vi facciamo smettere, disturbate i loro affari».

«Ho capito, continua».

«Calogero era un fesso a poker, aveva incominciato da un paio di mesi, giocava e perdeva sempre, un vero fesso ti dico. Negli ultimi tempi non lo volevamo nemmeno più nelle partite perché aveva finito i soldi, ma lui voleva rifarsi e si è giocato la moglie con Salvatore e ha perso anche quella, hai capito?».

«Mi stai dicendo che Salvatore gli ha vinto la moglie barando a poker? ci devo credere che gli piaceva una così?».

«Ma che barando e barando, non abbiamo mai barato, perdeva in ogni caso, giocava come un coglione, mai visto un incapace simile. Salvatore disse che, se gli vincevamo anche la moglie, ce lo toglievamo dai piedi, non glie ne fregava niente di Santina, ma l’hai vista che rospo… e quel fesso che faceva tanto il geloso… due giorni dopo gli ha sparato. Un fesso ti dico, non glie la toccava proprio nessuno la moglie a quello… Vattene adesso, e non ti voltare a guardare…».

«Aspetta, la pistola dove l’ha presa?».

«E che minchia ne so io… e non mi cercare in giro che tanto non ne so niente e non ti dico più niente e ci ho i testimoni che giurano che adesso sono con loro al bar».

Tornato in macchina, Pellegrino trovò l’amico che cercava di ridere piano per non farsi sentire; Pautasso continuò a sghignazzare mentre si allontanavano, fatti cinquecento metri anche l’altro incominciò a ridere, rideva così forte che dovette fermare l’auto per non andare a sbattere.

«Ma ci pensi il siciliano geloso che si gioca la moglie a poker…» disse Pautasso, piegato in due dalle risate, «alla fine era davvero solo un dramma della follia, ma la follia era iniziata due mesi fa».

«E che cosa gli raccontiamo domani al capitano? Prove non ne abbiamo.» Chiese Pellegrino quando si furono calmati.

«Gli raccontiamo quello che abbiamo sentito. Saranno tutti contenti che possono chiudere il caso e noi ci siamo tolti la soddisfazione di averlo risolto e di aver capito che non era solo gelosia, sappiamo anche come campava Salvatore».

Il capitano Catania non sapeva se infuriarsi per il rischio che avevano corso o fargli i complimenti, fece tutte e due le cose e li mandò fuori dai piedi.

Indice delle puntate precedenti

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Legge e Ordine

Ci sono dei luoghi dell’anima, luoghi in cui hai avuto il meglio e il peggio della tua vita: non sai se amarli o odiarli, ma sai che non puoi farne a meno.

L’uomo era seduto sullo sgabello del bar, teneva le spalle un po’ curve, le braccia appoggiate al bancone di Pete e guardava fisso il bicchiere posato davanti alle sue mani.

Lo potevo osservare bene riflesso nello specchio, uno specchio che non era stato cambiato da quando ero bambino. Quel vetro, luccicante del sole che entrava dalla vetrata, è uno dei primi ricordi della mia vita: in braccio a mio padre faccio ciao ciao con la manina al riflesso dei suoi amici che ci guardano, sorridono e brindano rumorosamente alla nostra salute.

L’uomo sollevò il bicchiere, ne guardò controluce il contenuto voltandosi verso la vetrina del bar e, finalmente, ne bevve un sorso. Spalancò gli occhi, ne bevve un altro sorso e riposò il bicchiere sul bancone con un sospiro sorpreso.

Aveva degli ottimi motivi per essere sorpreso: a giudicare dall’etichetta, anche Pete doveva aver riconosciuto il cliente ed aveva tirato fuori da sotto il bancone una bottiglia distillata dal suo bisnonno due o tre guerre mondiali fa.

Se c’è una cosa di cui siamo orgogliosi, noi di Cosy Springs, è il bourbon che la famiglia di Pete distilla da quando George Washington non sapeva ancora camminare; circola la voce che Pete tenga da parte un paio di bottiglie di quell’epoca per il matrimonio della figlia, noialtri amici speriamo tutti che la ragazza si sposi presto.
Sarà l’acqua delle sorgenti che danno il nome al paese, sarà la qualità del nostro granoturco unite alla secolare esperienza distillatoria del nostro oste, ma il suo è sicuramente il miglior bourbon dello stato.

Comunque il mio ruolo e la procedura imponevano che mi accertassi ufficialmente se l’uomo era davvero chi pensavo. Erano almeno sei mesi che non lo si vedeva alla 3DVision, si era lasciato crescere i capelli e la barba e sembrava stranamente trasandato, ma il suo profilo era inconfondibile.
Mandai un filmato di qualche secondo alla Direzione Investigativa Federale e immediatamente mi venne confermato che i miei sospetti erano fondati. Figurarsi se avevo bisogno di quell’assenso burocratico per esserne sicuro: tre premi Nobel non riescono a nascondersi sotto barba e capelli lunghi.

L’uomo tirò un altro sospiro, bevve ancora un sorso e si alzò per venire al mio tavolo, portandosi accuratamente dietro il bicchiere mezzo vuoto.

«Buon giorno, sceriffo, posso sedermi? Ho bisogno di parlarle».

Mentre cercavo di decidere se dovevo lasciar prevalere le emozioni o la buona educazione, Pete corse a rabboccargli il bicchiere, riempì anche il mio e lasciò la veneranda bottiglia sul tavolo: non c’erano dubbi che ne avrei avuto bisogno.

«Prego, professore,» risposi, chinando il capo e accennando con la mano a una sedia vuota, «è un onore per il paese averla nel nostro bar».

Già, il paese: quanto avrei voluto lasciarla da ragazzo, questa sperduta cittadina ai piedi degli Appalachi. Laurea con il massimo dei voti nell’università più prestigiosa della nazione, primo classificato al dottorato presso l’Accademia Centrale di Polizia, corsi di specializzazione, servizio investigativo nella capitale, un paio di promozioni per merito e poi la novità: il quantum computing.
Dopo qualche decina d’anni di speranze deluse e tentativi miseramente falliti, era stato finalmente realizzato il computer quantistico: La Macchina Che Risolve Qualsiasi Problema. Basta seguire rigorosamente le procedure stabilite, fornirle gli input nel modo giusto e quella trova la risposta a qualsiasi domanda, anche a quelle investigative. Peccato che io non concordassi per niente con le procedure e il modo in cui erano state stabilite, gli input nel modo giusto proprio non volevo fornirli e così, invece di far carriera, da quindici anni sono tornato al paese e da allora i miei concittadini mi rieleggono sceriffo.
Naturalmente la prima volta mi hanno eletto in ricordo del buon lavoro fatto da mio padre e mio nonno – in paese continuiamo a seguire la tradizione di passarci il mestiere di padre in figlio – ma io do loro degli ottimi motivi per votarmi di nuovo ogni quattro anni: gli ultimi ladri li ho arrestati sei mesi fa mentre uscivano dal pollaio della vedova Carson, che non avevano nemmeno fatto in tempo a chiudere il sacco. Da quando sono io lo sceriffo, la criminalità in paese è crollata e da anni non c’è più stato un reato grave, un ferimento, una rapina a mano armata, per non parlare di omicidi. E sì che dalle nostre parti di forestieri ne passano parecchi ed anche i miei concittadini tendono a delinquere più o meno nella media nazionale. Diciamo che io annuso le grane, e riesco a fermarli quasi sempre prima che si mettano in guai seri.

Il professore bevve di scatto mezzo bicchiere di whisky, tirò l’ennesimo sospiro e iniziò: «Sceriffo, non occorre che io le parli delle potenzialità dei computer quantistici. Quello che lei non può sapere, è che tre anni fa sono finalmente riuscito a perfezionarli in maniera radicale: oggi possono risolvere problemi intrinsecamente complessi. E non parlo di problemi difficili, ma matematicamente banali, come le previsioni annuali del tempo su scala planetaria o la navigazione automatica nella fascia degli asteroidi. Il Computer Quantistico Neurale che ho realizzato, può realmente prevedere il comportamento umano».

 Fece una pausa e ne approfittai per berlo io, mezzo bicchiere di bourbon in un sol sorso.

«Come può ben immaginare, si è trattato di un progetto segretissimo.» Continuò. «Il presidente appena eletto aveva basato tutta la sua campagna su LEGGE E ORDINE e voleva, una volta tanto, mantenere la promessa elettorale. Per prevenire il crimine mi ha affidato il compito di installare una rete neurale di computer quantistici, collegata alle centinaia di miliardi di sensori che erano già disposti in tutta la nazione: la delinquenza doveva essere stroncata sul nascere.
Ovviamente nessuno doveva saperlo. Si sarebbe parlato di Grande Fratello e di abolizione del libero arbitrio, anche se posso assicurarle che, né io né il presidente, intendevamo violare le libertà costituzionali della nazione: volevamo unicamente dare il giusto sostegno, i giusti strumenti alle forze di polizia. È stato il progetto governativo più segreto dopo la costruzione della bomba atomica il secolo passato, ho persino rinunciato a un quarto premio Nobel per realizzarlo. Gli abbiamo dato il nome in codice CQN».

Con più calma bevve un altro sorso.

«Un anno fa, finalmente,» riprese, «CQN era pronto. Era stato cablato, tarato, testato e poteva iniziare la fase di autoapprendimento. Come tutte le reti neurali, comprese quelle ordinarie, avrebbe avuto la caratteristica di imparare dall’esperienza, di modificare autonomamente la propria logica interna e di migliorare costantemente le sue prestazioni, esattamente come un essere vivente, solo che questa rete quantistica aveva una potenza mai immaginata prima. Abbiamo cominciato la sperimentazione su dieci dei cinquantaquattro stati dell’Unione e gli inizi sono stati entusiasmanti: funzionava alla perfezione per i reati gravi, un po’ oppressiva forse, ma efficacissima.
Allora siamo passati ad affrontare gli aspetti più delicati e complessi del problema, rafforzando i parametri relativi a legge e ordine anche per i reati minori e le semplici infrazioni, e qui, probabilmente, abbiamo calcato troppo la mano ed abbiamo perso il controllo. Per far capire a CQN cosa volevamo da lui, gli abbiamo dato da leggere tutti i discorsi su legge e ordine della campagna presidenziale e lui li ha presi sul serio».

Trangugiò quello che restava nel bicchiere, lo sbatté sul tavolo e riprese: «Stupida macchina! Tanto per fare un esempio, sei mesi fa ha segnalato un grave reato a Las Vegas: “tentativo di strage in corso”; nel giro di quattro minuti una squadra speciale d’assalto dell’FBI, in pieno assetto di combattimento e con tanto di armamento nucleare individuale, arrestava un disgraziato che stava cercando di annegare una nidiata di gattini in un fosso. I gattini sono stati salvati e il criminale condannato per direttissima a quindici settimane di servizi sociali nel gattile della contea, ma nel frattempo la famigerata banda Ocean 74 scappava con diciotto miliardi di dollari, rubati nel caveau del Mega Casinò.
Il presidente si è incazzato. Non si potrebbe dire che il presidente si è incazzato? e io lo dico lo stesso! Si è incazzato selvaggiamente e ha promesso di farmi mangiare i miei premi Nobel, se non trovo una soluzione prima che cominci la campagna elettorale per la rielezione.
Abbiamo provato a far ragionare CQN, ma lui continua a fare discorsi farneticanti sulla sicurezza del paese, la protezione assoluta, la tolleranza zero e continua a segnalare migliaia di reati in corso ogni secondo. Negli stati in cui avviene la sperimentazione, non abbiamo sufficienti forze di polizia per eseguire tutti gli interventi richiesti, inutili per 99,987%.
Inevitabilmente il crimine ha ripreso a dilagare».

Il professore riempì i bicchieri e si bevve in un fiato buona parte del suo; io, il mio, non lo toccai nemmeno: volevo conservare la lucidità.
Mi limitai a chiedergli: «Alfred, perché, dopo quindici anni, sei venuto a raccontarmi questa storia?».

«E me lo domandi, Charlie? Perché sono talmente disperato che mi sono messo ad analizzare personalmente le statistiche complete della criminalità – prima mi ero sempre affidato agli esperti dell’Ufficio Statistico Federale – e così ho scoperto che Cosy Springs è da anni la contea con il più basso tasso criminale dell’Unione, troppo inverosimilmente basso perché sia un caso.
Accidenti, Charlie, negli ultimi dodici mesi a Cosy Springs ci sono stati solo due reati minori: un tentativo di furto in un pollaio ed una rissa a pugni in questo stesso bar dove ci troviamo adesso. Il nome della città mi ricordava qualcosa, ho verificato chi comandava la polizia del posto, ho visto il tuo nome e allora sono stato sicuro che non poteva essere una semplice fluttuazione statistica di de Moivre, dovuta al basso numero di abitanti della contea, come erano convinti all’Ufficio Statistico Federale.
C’è una sola spiegazione possibile: dimmi, Charlie, quando hai costruito la tua rete quantistica neurale?».

«Dodici anni fa.» Risposi tranquillamente.

«Come hai fatto?».

«Ho usato una nuova fornitura standard di normali computer quantistici da ufficio.» Risposi. «Ho mantenuto in servizio quelli vecchi e con quelli nuovi, assieme alla rete di sensori e telecamere di banche, uffici pubblici e allarmi dei privati cittadini, ho implementato Mike. Non è niente di troppo raffinato, ma è adeguato alle esigenze di Cosy Springs».

«Hai chiamato Mike la tua rete?».

«Sì».

«E dimmi… Mike… pensa?».

«Vuoi sapere se Mike è in grado di superare il test di Turing? Direi di no, anche se riesce benissimo a ingannare e a togliersi dai piedi le telefoniste dei call center, che chiamano per proporre nuovi contratti alla 3DVision.
No, Alfred, Mike non è umano, non ancora almeno: come prestazioni intellettuali è più vicino al cavallo che aveva il mio trisnonno, quando era lui lo sceriffo di Cosy Springs. In famiglia si tramanda che gli mancava solo la parola, altrimenti avrebbero potuto nominarlo ufficialmente vicesceriffo e avrebbe fatto il suo lavoro meglio di tanti altri a due zampe».

«Perché non hai fatto un comunicato ufficiale, una pubblicazione? La teoria delle reti quantistiche neurali l’abbiamo sviluppata insieme, ma l’idea originale è stata tua: avresti avuto la gloria, il Nobel, saresti tornato al tuo vecchio incarico con una promozione al massimo livello… e ti saresti vendicato di me rendendomi ridicolo…».

Bevvi un sorso: adesso potevo permettermelo.

«Non avevo nessuna intenzione di vendicarmi e di renderti ridicolo, Alfred.» Dissi. «Sei stato il mio maestro e continuo a considerarti tale, anche se quindici anni fa ci siamo lasciati molto male. E poi non mi è neanche dispiaciuto troppo, tornare qui a fare il mestiere che abbiamo sempre fatto in famiglia».

«Ti ho letteralmente fatto cacciare dall’FBI e dall’università…».

«Era inevitabile: il nostro dissidio su come si dovessero considerare i computer quantistici – e a maggior ragione le reti quantistiche neurali – era insanabile. Per te si trattava sempre e solo di “stupide macchine”, come hai prima definito CQN, io ero – e resto – dell’opinione che, se vogliamo sperare che un giorno possano superare il test di Turing, fin da ora dobbiamo trattarle con il rispetto che si meritano. Hai detto che una rete quantistica neurale impara come un essere vivente; è vero: prova, sbaglia, riprova, riesce, impara e ricorda, e se la tratti male tiene il broncio, proprio come un cavallo.
Vedi, Alfred, qui a Cosy Springs, molti di noi vanno ancora a cavallo, lo facciamo per divertimento, non certo per lavoro come tanto tempo fa, ma sappiamo bene che un cavallo non è una macchina. Non è l’autopilota quantistico di un’astronave, al quale puoi semplicemente ordinare di scansare i meteoriti ed aspettarti che lo faccia. Ci riuscirà entro i limiti delle possibilità di calcolo sue e di manovrabilità dell’astronave, naturalmente, ma puoi essere sicuro che ci proverà senza alcun coinvolgimento emotivo. Un cavallo deve imparare ad evitare i fossi, a saltare gli ostacoli con te in groppa; se vede un serpente a sonagli, o fiuta una femmina, si spaventerà, o si distrarrà, e ti butterà per terra. E magari, dopo, non si sentirà più sicuro di farcela e si rifiuterà di affrontare passaggi che ha sempre superato senza problemi. E non sarà per niente facile fargli passare la paura.
Se avete costretto CQN a imparare a memoria le stupidaggini contraddittorie dei politici su legge e ordine, il poveretto non può averci capito niente e adesso deve avere un’ansia da prestazione terribile, e più voi continuerete ad insistere e peggio andranno le cose.
Così è come la vedo io, in base all’esperienza che ho fatto qui a Cosy Springs con Mike e i cavalli».

Finimmo con calma di vuotare la bottiglia.

Eccomi di ritorno nel mio luogo dell’anima, quello da cui sono stato scacciato quindici anni fa: il New Federal Building di Washington, dove rientro con in tasca il decreto presidenziale che mi nomina direttore dell’FBI. Ho i pieni poteri sulla sicurezza dell’Unione e l’incarico supplementare di fare da psichiatra a CQN, per vedere di rimetterlo in sesto. Ho messo bene in chiaro con il presidente che non so se ci riuscirò, può darsi che il danno psicologico – ritengo corretto e indispensabile usare quest’espressione – sia ormai troppo esteso e profondo, e questa condizione è stata accettata: sarà comunque un’esperienza fondamentale di cui fare tesoro per il futuro. Ho deciso di correre il rischio di connettere CQN con Mike, in modo che questo possa passare, poco per volta, la sua esperienza e il suo buon senso a CQN, proprio come affiancherei un vecchio cavallo da sella, tranquillo ed esperto, ad un puledro da corsa spaventato e bizzoso.

Spero solo che il giovane non guasti il carattere al vecchio, con i cavalli a volte capita… ma io mi fido di Mike: è il miglior vicesceriffo che abbiamo mai avuto in famiglia, è persino meglio del suo omonimo su cui cavalcava il trisnonno.

NOTA: questo racconto è stato già pubblicato due anni fa sul Bookshelf dei Rudy Mathematici
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La zappa

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

Zia Concetta aveva invitato a pranzo il nipote carabiniere e l’amico. La scusa era quella di sapere tutte le novità sul caso del morto abbandonato vicino al teatro, ma, in realtà, voleva vedere da vicino, vivisezionare renderebbe meglio l’idea, Maria, la morosa di Pautasso.

«Cataldo, se questa domenica non sei di servizio,» aveva detto, «venite a pranzo da me: non vedo Rosalia e Sasà da due mesi, chissà quanto è cresciuto. Potresti dire anche al tuo amico piemontese di venire, è così simpatico, e poi mi farebbe taaanto piacere conoscere Maria…».

Pellegrino aveva capito subito dove voleva parare la zia, non ci voleva un genio, bastava conoscerla: quindi Secondo e Maria erano stati invitati e debitamente avvertiti del rischio che correvano. Pautasso non poteva rifiutare l’invito, il debito nei confronti di Zia Concetta era troppo grosso, ma Maria, purtroppo, all’ultimo momento, aveva dovuto sostituire una collega all’ospedale e così… si scusava tanto, ma…

Zia Concetta non si scompose, se fosse stato proprio necessario sarebbe andata in ospedale a cercarsela; era dura trovare una scusa per entrare ad urologia uomini, ma ci sarebbe riuscita. Tanto adesso aveva un problema che richiedeva l’intervento dei carabinieri e lei ce li aveva in casa. Era sparita la zappa. Quale zappa? LA ZAPPA, quella che da sempre usava per sarchiare l’orto.

In tutte le case di campagna di questo mondo c’è la zappa — come dice il dizionario: “Attrezzo manuale per lavorare il terreno, formato da una lama di ferro di forma e dimensioni diverse, fissata ad angolo ad un manico di legno” — e, come sempre, lo strumento si tramanda di generazione in generazione. Questa era tanto vecchia che avrebbe potuto far concorrenza alla nave con cui Teseo era andato a Creta ad uccidere il Minotauro: nave alla quale — come racconta Plutarco — gli Ateniesi, che la conservavano come reliquia, una volta cambiavano una tavola del ponte tarlata, un’altra volta l’albero, un’altra volta ancora un pezzo della chiglia; per cui i filosofi disputavano se dovesse essere considerata sempre la nave originale oppure una nuova. Anche la zappa aveva subito lo stesso destino e, a forza di cambiare una volta il manico rotto, un’altra il ferro consumato, non si sarebbe potuto dire se era la zappa vecchia oppure una nuova: quello che è certo è che era l’unica che andasse bene alla zia per lavorare nell’orto.

Poiché i prodotti dell’orto erano una parte fondamentale della cucina di Zia Concetta, il problema era grave ed il crimine commesso dal ladro orrendo; Zia Concetta sembrava una gatta che avesse perso i gattini.

Lo so da dove viene l’ultima frase, ma la metafora si usa anche dalle mie parti, ci sta bene e l’ho messa apposta: quindi non accusatemi di plagio, please.

L’indagine prometteva di essere difficile: l’attrezzo era stato usato l’ultima volta la mattina prima e oggi era scomparso. La zia aveva guardato per bene tutto l’orto, non ci voleva molto; aveva rivoltato e rigirato due volte la baracca degli attrezzi, anche qui tre minuti erano bastati; quindi era partita all’assalto dei vicini. I metodi di interrogatorio di Zia Concetta e la sua abilità nel cogliere in contraddizione i malcapitati che cascavano nelle sue grinfie, avrebbero fatto l’invidia della santa inquisizione: Ignazio Torquemada l’avrebbe presa volentieri come assistente. Era stata quindi molto delusa dall’assoluta inutilità dei suoi sforzi: nessuno aveva preso la zappa, nessuno l’aveva vista e, soprattutto, nessuno si sarebbe sognato di mancarle di rispetto, non erano mica scemi e non volevano che si parlasse male di loro per tutta la Sicilia.

Dopo pranzo — la zappa era importante ma non tanto da far scuocere la pasta — i due carabinieri cominciarono le investigazioni. Il loro problema consisteva nel fatto che non sapevano come fosse fatta la zappa; sapevano benissimo come è fatta una zappa, ma quel particolare esemplare era loro sconosciuto e non disponevano di foto segnaletiche o impronte digitali. Misero in fila una accanto all’altra la dozzina abbondante di zappe di cui disponeva la zia: grosse, piccole, con il manico lungo, con il manico corto, quadrate, triangolari, a cuore, con due oppure tre denti e procedettero ad una specie di  identikit, finito il quale Zia Concetta aveva dato loro un’idea ragionevole dell’oggetto cercato.

«Ma senti un po’, Cataldo,» fuori servizio i due amici si chiamavano per nome, «tua zia non può farsi andare bene una di queste o comprarne una nuova? Glie ne regalo una io per ringraziarla dell’ospitalità».

«Figurati, l’hai sentita, ne parla come nemmeno il prete dei calici da messa. Se non la trova è capace di non toccare l’orto per sei mesi. E pensare che mi sono arruolato nei carabinieri perché non mi piaceva lavorare in campagna.» Rispose Pellegrino, cercando di tirar fuori un piede, senza perdere la scarpa, dal terreno molle in cui era sprofondato.

La situazione si faceva seria: non volevano passare tutto il pomeriggio, con il pranzo sullo stomaco poi, a giocare alla caccia al tesoro. Era escluso che potessero chiedere di nuovo ai vicini: lo aveva già fatto la zia senza risultati e non potevano di certo qualificarsi come carabinieri per una cosa del genere; dovevano procedere con il metodo deduttivo.

«Comincerei con l’escludere che qualcuno abbia voluto fare uno scherzo a Zia Concetta.» Disse Pautasso. «Escluderei anche il furto, con sette o otto euri ne compri una nuova al mercato. Comincio a pensare che qualcuno l’ha presa per usarla e poi l’ha messa nel posto sbagliato; cosa ci si può fare con una zappa… a parte zappare intendo».

«Se fosse un rastrello ti ci puoi grattare la schiena o pettinare… scusa, Secondo, hai ragione, se non la troviamo ci passiamo tutta la giornata a caccia della zappa. La zia mette sempre tutti i ferri in ordine nella baracca, non li lascia mai fuori, quindi chi l’ha portata via ha aperto la porticina, ha preso quello che voleva e se ne è andato, gli altri attrezzi ci sono tutti…».

«Se non fosse che quando siamo arrivati la zappa era già scomparsa, penserei che è stato Sasà, ti ricordi di quando sei arrivato in ritardo perché tuo figlio ti aveva fatto sparire il copricapo…».

«Non me ne parlare, voleva giocare ai carabinieri e lo aveva riempito di macchinine da multare, dopo mezzora lo abbiamo trovato nel suo lettino, nascosto sotto le coperte. Però hai ragione, potrebbero essere stati dei bambini, da queste parti ci sono sempre stati dei piccoli barabba che non ti dico; quando ero un bambino e venivo dalla zia, di solito il capo lo facevo io».

«E bravo Barabba,» rise Pautasso, «e come ci giocavi con le zappe? Io ci facevo il cavalluccio e correvo in giro per l’orto di mio nonno sparando agli indiani».

«Ci giocavamo agli indiani anche noi, e anche ad Orlando e i saracini, ma le mettevamo sempre a posto se no Zia Concetta non ci dava la merenda, però una volta ci abbiamo fatto… sta a vedere che ci siamo arrivati in fretta. Guarda un po’ là, che cos’è quello?».

«Uno spaventapasseri. Non mi dire che…».

Mistero risolto: tolta la vecchia coppola allo spaventapasseri, comparve il ferro della zappa saldamente attaccato al suo manico. Il futuro dell’orto era salvo.

«Vuol dire che adesso tua zia ci deve dare la merenda.» Disse Pautasso.

«Io preferisco il caffè, e poi la merenda se la mangia tutta Sasà».

Mi dispiace se vi ho delusi, ma questa volta non c’è stato verso di far saltar fuori il morto. Come dice il capitano Catania: “Non ci sono solo morti ammazzati a questo mondo”.

Sulla strada del ritorno Pellegrino disse: «Senti, Pautasso, dobbiamo sempre tirare a sorte chi di noi due fa Sherlock Holmes».

«Oggi lo fai tu. Io non dovevo lasciarmi convincere da tua zia a mangiare tre piatti di pasta».

Indice delle puntate precedenti

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Sport Utility Vehicle

Harold rimase paralizzato a guardarli.

Non sapeva se gli piaceva di più la ragazza o il cavallo, forse sarebbe più giusto dire che non sapeva se gli faceva più rabbia la ragazza o il cavallo.

Niente da ridire: erano entrambi meravigliosi, ma una visione così ti sconvolgeva il sangue, ti lasciava stordito, ti, ti mangiava il cuore, ecco.

Lei: quindici anni al massimo, così bella che nemmeno la Madonna della Cattedrale; ma che Madonna, se la Madonna fosse stata così San Giuseppe non si sarebbe accontentato di fare il padre putativo.
Ecco, lo sapeva, domenica avrebbe dovuto confessare la bestemmia: come minimo trenta pateravegloria, da dirli giusti in latinorum, tutti di seguito senza fare errori, ché se no non valeva e si doveva ricominciare.

Il cavallo: uno stallone normanno grigio ferro, gigantesco, come minimo sei piedi al garrese, forse sei piedi e due pollici, e almeno duemila libbre di peso. La sella da amazzone, una sciccheria fru-frù venuta dalla Francia, spariva su quella groppa fatta per portare al galoppo quattrocento libbre di sella da guerra e cavaliere in armatura.

E come ci stava bene su quella sella, la ragazza. Era sicuramente la nuova favorita di Sua Grazia Serenissima Monsignor Duca ‑ che Nostro Signore Gesù Cristo ce lo conservi a lungo – lo si capiva dallo stemma sulla gualdrappa del cavallo. E come sorrideva.

Gli erano sempre piaciute le ragazze giovani al vecchio, e gli piaceva farle vedere in giro, anche.
A trentacinque anni Sua Grazia era vedovo tre volte e dopo l’ultima moglie aveva avuto una mezza dozzina di donne: una più bella dell’altra. Ma forse trovata questa si fermava. Se non si accontentava, voleva proprio dire che nell’ultimo torneo lo avevano picchiato in testa troppo forte.

E il portamento del cavallo poi. Nato per la guerra sembrava la chinea bianca di una damigella, doveva essere docile come il pony di un principino.

Glielo avevano detto che Monsignore ne stava facendo addestrare un paio in quel modo per farli cavalcare alle sue amanti, ma non ci aveva voluto credere. Con la mostruosità che costavano ognuno: più di un anno di rendita di uno squire.

Certo che lui poteva permetterseli: non pagava tasse al Re di Francia perché era suddito inglese e non le pagava al Re d’Inghilterra perché le sue terre stavano quasi tutte in Francia; avrebbero dovuto fargli guerra prima di mandare il balivo a riscuotere.

Però una ragazza così, insieme a quel vecchio… Faceva venire una rabbia… una voglia di essere un prode cavaliere, come quello là, Lancelot: ricco, bello, forte e amato dalle donne, mai vinto in battaglia.

L’urlo dell’oste lo riscosse, chiuse la bocca che era rimasta spalancata e corse a tenere le redini al cavallo, mentre il suo padrone portava la scaletta per far smontare la sua nobilissima e inattesa cliente. La guardò allontanarsi mentre il mastro di stalla portava al coperto il cavallo normanno.

Poi tornò a spalare il letame.

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Xanadu

In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree:

In Xanadu Kubla Khan edificare disse
Un gran palagio che il suo piacer gradisse:

e mentre costruiscono il palazzo ci tocca vivere nelle tende ed aspettare che Sua Signoria si degni di occuparsi di noi, lasci perdere per un momento i soffici cuscini e le concubine e pensi agli affari di stato.

Una noia, una noia che non dico, stiam qui persi come nel fumo e lui se ne sta lì a pensare ai fatti suoi.

Mai che si interessi degli altri, bisogna scuoterlo per bene, qualche tempo fa uno dei nostri gli ha scroccato il suo cavallo preferito, a Sua Signoria, doveva andare a Samarcanda l’amico, diceva, non è ancora tornato, per me si è venduto il cavallo e sta passando il tempo fra due belle ragazze, l’amico.

E noi qui fra la noia e la noia, con questi pavoni bianchi fra i piedi con queste code che strisciano dappertutto, anche sullafacciasottoilnaso, le bestiacce, dappertutto, sui fili delle tende e le pentole del cuoco: buoni, però.

La noia, che noia e cosa ti resta se non il kumis, poi dicono che uno si dà all’otre.

Magari tornasse da Samarcanda, l’amico, finirebbe impalato e ci divagheremmo un po’, come quella volta delle tigri, le tigri le aveva fatte venire dal Nord, Sua Signoria, due bestiacce pelose. Con tutte quelle righe, fitte fitte, sulla coda, sul muso le zampe le orecchie la schiena le zampe, no queste le ho già dette, tutte attorcigliate tutto tondo lungo la coda.

E come mangiavano, un morso qui un assaggino là, e come son bene educate e come si puliscono bene il musino con le zampine, una leccatina, la zampina, il musino, il musino la zampina il musino il…

 

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