La zappa

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

Zia Concetta aveva invitato a pranzo il nipote carabiniere e l’amico. La scusa era quella di sapere tutte le novità sul caso del morto abbandonato vicino al teatro, ma, in realtà, voleva vedere da vicino, vivisezionare renderebbe meglio l’idea, Maria, la morosa di Pautasso.

«Cataldo, se questa domenica non sei di servizio,» aveva detto, «venite a pranzo da me: non vedo Rosalia e Sasà da due mesi, chissà quanto è cresciuto. Potresti dire anche al tuo amico piemontese di venire, è così simpatico, e poi mi farebbe taaanto piacere conoscere Maria…».

Pellegrino aveva capito subito dove voleva parare la zia, non ci voleva un genio, bastava conoscerla: quindi Secondo e Maria erano stati invitati e debitamente avvertiti del rischio che correvano. Pautasso non poteva rifiutare l’invito, il debito nei confronti di Zia Concetta era troppo grosso, ma Maria, purtroppo, all’ultimo momento, aveva dovuto sostituire una collega all’ospedale e così… si scusava tanto, ma…

Zia Concetta non si scompose, se fosse stato proprio necessario sarebbe andata in ospedale a cercarsela; era dura trovare una scusa per entrare ad urologia uomini, ma ci sarebbe riuscita. Tanto adesso aveva un problema che richiedeva l’intervento dei carabinieri e lei ce li aveva in casa. Era sparita la zappa. Quale zappa? LA ZAPPA, quella che da sempre usava per sarchiare l’orto.

In tutte le case di campagna di questo mondo c’è la zappa — come dice il dizionario: “Attrezzo manuale per lavorare il terreno, formato da una lama di ferro di forma e dimensioni diverse, fissata ad angolo ad un manico di legno” — e, come sempre, lo strumento si tramanda di generazione in generazione. Questa era tanto vecchia che avrebbe potuto far concorrenza alla nave con cui Teseo era andato a Creta ad uccidere il Minotauro: nave alla quale — come racconta Plutarco — gli Ateniesi, che la conservavano come reliquia, una volta cambiavano una tavola del ponte tarlata, un’altra volta l’albero, un’altra volta ancora un pezzo della chiglia; per cui i filosofi disputavano se dovesse essere considerata sempre la nave originale oppure una nuova. Anche la zappa aveva subito lo stesso destino e, a forza di cambiare una volta il manico rotto, un’altra il ferro consumato, non si sarebbe potuto dire se era la zappa vecchia oppure una nuova: quello che è certo è che era l’unica che andasse bene alla zia per lavorare nell’orto.

Poiché i prodotti dell’orto erano una parte fondamentale della cucina di Zia Concetta, il problema era grave ed il crimine commesso dal ladro orrendo; Zia Concetta sembrava una gatta che avesse perso i gattini.

Lo so da dove viene l’ultima frase, ma la metafora si usa anche dalle mie parti, ci sta bene e l’ho messa apposta: quindi non accusatemi di plagio, please.

L’indagine prometteva di essere difficile: l’attrezzo era stato usato l’ultima volta la mattina prima e oggi era scomparso. La zia aveva guardato per bene tutto l’orto, non ci voleva molto; aveva rivoltato e rigirato due volte la baracca degli attrezzi, anche qui tre minuti erano bastati; quindi era partita all’assalto dei vicini. I metodi di interrogatorio di Zia Concetta e la sua abilità nel cogliere in contraddizione i malcapitati che cascavano nelle sue grinfie, avrebbero fatto l’invidia della santa inquisizione: Ignazio Torquemada l’avrebbe presa volentieri come assistente. Era stata quindi molto delusa dall’assoluta inutilità dei suoi sforzi: nessuno aveva preso la zappa, nessuno l’aveva vista e, soprattutto, nessuno si sarebbe sognato di mancarle di rispetto, non erano mica scemi e non volevano che si parlasse male di loro per tutta la Sicilia.

Dopo pranzo — la zappa era importante ma non tanto da far scuocere la pasta — i due carabinieri cominciarono le investigazioni. Il loro problema consisteva nel fatto che non sapevano come fosse fatta la zappa; sapevano benissimo come è fatta una zappa, ma quel particolare esemplare era loro sconosciuto e non disponevano di foto segnaletiche o impronte digitali. Misero in fila una accanto all’altra la dozzina abbondante di zappe di cui disponeva la zia: grosse, piccole, con il manico lungo, con il manico corto, quadrate, triangolari, a cuore, con due oppure tre denti e procedettero ad una specie di  identikit, finito il quale Zia Concetta aveva dato loro un’idea ragionevole dell’oggetto cercato.

«Ma senti un po’, Cataldo,» fuori servizio i due amici si chiamavano per nome, «tua zia non può farsi andare bene una di queste o comprarne una nuova? Glie ne regalo una io per ringraziarla dell’ospitalità».

«Figurati, l’hai sentita, ne parla come nemmeno il prete dei calici da messa. Se non la trova è capace di non toccare l’orto per sei mesi. E pensare che mi sono arruolato nei carabinieri perché non mi piaceva lavorare in campagna.» Rispose Pellegrino, cercando di tirar fuori un piede, senza perdere la scarpa, dal terreno molle in cui era sprofondato.

La situazione si faceva seria: non volevano passare tutto il pomeriggio, con il pranzo sullo stomaco poi, a giocare alla caccia al tesoro. Era escluso che potessero chiedere di nuovo ai vicini: lo aveva già fatto la zia senza risultati e non potevano di certo qualificarsi come carabinieri per una cosa del genere; dovevano procedere con il metodo deduttivo.

«Comincerei con l’escludere che qualcuno abbia voluto fare uno scherzo a Zia Concetta.» Disse Pautasso. «Escluderei anche il furto, con sette o otto euri ne compri una nuova al mercato. Comincio a pensare che qualcuno l’ha presa per usarla e poi l’ha messa nel posto sbagliato; cosa ci si può fare con una zappa… a parte zappare intendo».

«Se fosse un rastrello ti ci puoi grattare la schiena o pettinare… scusa, Secondo, hai ragione, se non la troviamo ci passiamo tutta la giornata a caccia della zappa. La zia mette sempre tutti i ferri in ordine nella baracca, non li lascia mai fuori, quindi chi l’ha portata via ha aperto la porticina, ha preso quello che voleva e se ne è andato, gli altri attrezzi ci sono tutti…».

«Se non fosse che quando siamo arrivati la zappa era già scomparsa, penserei che è stato Sasà, ti ricordi di quando sei arrivato in ritardo perché tuo figlio ti aveva fatto sparire il copricapo…».

«Non me ne parlare, voleva giocare ai carabinieri e lo aveva riempito di macchinine da multare, dopo mezzora lo abbiamo trovato nel suo lettino, nascosto sotto le coperte. Però hai ragione, potrebbero essere stati dei bambini, da queste parti ci sono sempre stati dei piccoli barabba che non ti dico; quando ero un bambino e venivo dalla zia, di solito il capo lo facevo io».

«E bravo Barabba,» rise Pautasso, «e come ci giocavi con le zappe? Io ci facevo il cavalluccio e correvo in giro per l’orto di mio nonno sparando agli indiani».

«Ci giocavamo agli indiani anche noi, e anche ad Orlando e i saracini, ma le mettevamo sempre a posto se no Zia Concetta non ci dava la merenda, però una volta ci abbiamo fatto… sta a vedere che ci siamo arrivati in fretta. Guarda un po’ là, che cos’è quello?».

«Uno spaventapasseri. Non mi dire che…».

Mistero risolto: tolta la vecchia coppola allo spaventapasseri, comparve il ferro della zappa saldamente attaccato al suo manico. Il futuro dell’orto era salvo.

«Vuol dire che adesso tua zia ci deve dare la merenda.» Disse Pautasso.

«Io preferisco il caffè, e poi la merenda se la mangia tutta Sasà».

Mi dispiace se vi ho delusi, ma questa volta non c’è stato verso di far saltar fuori il morto. Come dice il capitano Catania: “Non ci sono solo morti ammazzati a questo mondo”.

Sulla strada del ritorno Pellegrino disse: «Senti, Pautasso, dobbiamo sempre tirare a sorte chi di noi due fa Sherlock Holmes».

«Oggi lo fai tu. Io non dovevo lasciarmi convincere da tua zia a mangiare tre piatti di pasta».

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