Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

Indice delle puntate

Sul retro del Teatro Massimo di Palermo…

No, non soffro di deliri di onnipotenza, non intendo fare concorrenza sul loro terreno ai giallisti siciliani degli ultimi cinquant’anni, è solo che questa storia inizia proprio così: «Sul retro del Teatro Massimo di Palermo…».

Come dite? Che non so nemmeno se il teatro abbia un retro? Certo che ce l’ha, tutti i teatri hanno un retro: basta mettersi di fronte alla facciata con le spalle al portone, camminare diritti davanti al proprio naso per quasi quarantamila chilometri e ci si arriva, sul retro. È una risposta demenziale? E che importanza ha se è demenziale? Mi avete chiesto di raccontarvi una storia e allora lasciatemela raccontare in santa pace.

Sul retro del Teatro Massimo di Palermo c’era uno di quelli che chiedono l’elemosina…

Prego, cosa volete sapere? Pensate che il retro non sia il luogo giusto per chiedere l’elemosina? Non ho mica detto che stava chiedendo l’elemosina in quel momento e in quel posto, ma semplicemente che il personaggio chiedeva l’elemosina per professione o per hobby o per qualsiasi altro motivo; magari abitualmente la chiedeva vicino al portone nelle serate di spettacolo, oppure accattava in Piazza della Signoria a Firenze e adesso si trovava lì. Ricominciamo:

Sul retro del Teatro Massimo di Palermo c’era uno di quelli che solitamente chiedono l’elemosina vicino all’ingresso nelle serate di spettacolo, il quale si stava facendo i cazzi suoi, o meglio, visto il luogo, le minchie sue…

Grazie per aver alzato la mano prima di interrompermi, molto educato da parte sua, cosa desidera sapere? Se ritengo adeguata la semplice e banale traduzione “le minchie sue” al posto di “i cazzi suoi”? se non penso che uno scrittore siciliano userebbe un’espressione diversa anche se equivalente? Ma io non sono siciliano, uso solo una frase volgarotta diffusa in tutta Italia e la traduco in un siciliano maccheronico, tanto per far finta di dare un po’ di colore locale. Comunque l’obiezione è sensata e l’accetto, anzi farò di più: sostituirò “cazzi” con “fatti”, così eviterò anche la volgarità non strettamente necessaria. E poi mi guarderò bene dal cercare di simulare un linguaggio dialettale di qualsiasi tipo: pignoli come siete trovereste sicuramente troppi errori. Adesso cercate di non distrarvi, perché non sono più disposto a ripartire ogni volta da zero.

…il quale si stava facendo beatamente i fatti suoi; l’unica cosa che ci interessa sapere di lui è che era un uomo di una certa età, sporchissimo e molto mal vestito. La sua tranquilla attività si interruppe bruscamente quando inciampò nel cadavere, nascosto dalla notte fonda e dai bidoni delle immondizie dietro cui si trovava.

Prima che qualcuno di voi, siciliano, mi interrompa, magari mettendo mano alla lupara, vi dico subito che so perfettamente che quella del Teatro Massimo è una zona bellissima di Palermo, molto meno adatta di altre per scene di depravazione urbana. Non sto dicendo che il morto fosse proprio contro il muro del teatro: cercate, se preferite, un angolino isolato ed adatto da quelle parti, magari cento metri più in là, e lasciatemi raccontare.

Poiché non aveva nessuna intenzione di mettersi nelle grane, ci finì invece immediatamente: la sua camminata frettolosa e con l’aria di chi non vuol farsi notare attirò subito l’attenzione della pattuglia di carabinieri che, annoiatissima, stava facendo l’ennesimo giro in macchina da quelle parti. Per i due caramba fu affare di un attimo tagliargli la strada e scendere a fermarlo.

«Non sono stato io, non sono stato io, era già morto!».

 Il brigadiere Secondo Pautasso e l’appuntato Cataldo Pellegrino non ebbero nemmeno bisogno di guardarsi, l’acchiapparono l’uno per il braccio destro e l’altro per il braccio sinistro, cercando di non annusarne tutta la puzza.

Nei primi tempi del suo servizio a Palermo, il brigadiere quasi piangeva guardando la Mole Antonelliana sulle monetine da due centesimi ed aveva cercato di vantare antenati goti, longobardi, persino vichinghi, dimenticandosi che i vichinghi a Palermo ci sono stati sul serio. Non gli bastavano i celti da cui, due millenni di corna permettendo, discendeva: se non fosse stato per il suo amico Pellegrino, che aveva conosciuto in Kosovo, avrebbe chiesto il trasferimento nella natia Moncalieri sin dal primo giorno. Poi, poco per volta, aveva incominciato ad apprezzare la città ed adesso i due erano una bella coppia di fratelli Branca, tant’è che avevano appena brancato al volo il malcapitato accattone.

«Dicono tutti così, vero Brigadiere? e poi alla fine c’entrano sempre e vanno tutti a finire all’Ucciardone. Perché tu dovresti fare differenza? Eh?».

«Io no! io, io…».

«Tu! tu! tu! portaci dal morto, tu! Pellegrino, tienilo stretto mentre avverto il comando».

Il barbone rimase appeso alla mano del carabiniere e rassegnato li guidò per una trentina di metri sino ai bidoni. Non potevano esserci dubbi sull’innocenza dell’uomo: il morto si era preso almeno una dozzina di colpi di kalashnikov ed era diventato tale come minimo il giorno prima; dovevano averlo scaricato lì da non più di quindici‑venti minuti, approfittando di un buco fra i loro giri di pattuglia. Anche questa volta i due carabinieri non ebbero bisogno di parlarsi: era colpa loro? si erano distratti? si erano fermati da qualche parte a fumare una sigaretta? No a tutte e tre le domande. Potevano pararsi il culo in qualche modo, in vista dell’imponente carico di letame che il capitano avrebbe scaricato loro addosso, solo una piccola parte di quello che, lo sapevano bene, avrebbe ricevuto lui dal colonnello? No anche a questa domanda. Non potevano far altro che aspettare l’arrivo delle sirene che annunciavano i colleghi.

Adesso, cari signori, non aspettatevi che vi descriva la solita scena: i carabinieri, gli ufficiali, il medico legale che arriva con l’aria di quello che è stufo di veder cadaveri traforati, i giornalisti impiccioni o indignati, il sostituto procuratore che, a piacer vostro, fa domande cretine o intelligentissime. Ne avete lette e viste tante che potete immaginarvela benissimo anche da soli: passiamo direttamente all’incontro tra il capitano Catania ed i due carabinieri.

«Che minchia stavate facendo, voi due?». Catania è siciliano e quindi posso usare il termine senza fare brutte figure lessicali. «Pautasso! se fosse la stagione e l’ora delle turiste potrei pensare che stavate guardando le gambe alle tedesche. Dove eravate?».

«Qui purtroppo, a fare il nostro lavoro come al solito, Signor Capitano. È quasi un’ora che ci chiediamo come hanno fatto a passarci sotto il naso».

«Avete visto qualcosa?».

«Il solito: macchine, furgoni, biciclette, gente a piedi, assolutamente niente di sospetto sino a quando abbiamo fermato il barbone. Non facciamo nemmeno sempre lo stesso giro, non capiamo come hanno fatto a calcolare i tempi per fregarci in questo modo».

Prima che si alzino delle mani vi avverto: non ho la più piccola idea se nella zona del teatro ci sia o meno l’isola pedonale. È vero che avrei potuto cercare su Google Maps persino la direzione dei sensi unici, ma l’eventuale incongruenza non mi interessa nemmeno troppo, consideratela, se lo ritenete necessario, una licenza poetica.

«Non pensate che finisca così, ne riparliamo in caserma domani mattina. Voglio il vostro rapporto scritto per le otto».

I due carabinieri, scornati e avviliti, salirono in macchina e se ne tornarono in caserma: il loro turno era finito, la brutta figura era fatta e non gli restava che passare le poche ore che rimanevano della notte a pensare a cosa scrivere nel rapporto.

I due amici avevano rischiato insieme la pelle in Kosovo, la rischiavano regolarmente in Sicilia, non erano per niente stupidi ed erano incavolati neri. Con tutti i buchi che c’erano in campagna, le fondamenta di qualche opera pubblica, l’acido regolarmente usato da quelle parti, proprio sotto i loro piedi dovevano venire a mollare il cadavere? in pieno centro di Palermo? con il rischio di venir visti da qualcuno? Era notte fonda ma la probabilità che qualcuno li notasse, magari un turista nottambulo masochisticamente disposto a testimoniare, era altissima. Perché allora uno scherzo del genere?

Erano sicuri di non aver visto niente di sospetto ma, fra le tante cose che non avevano visto, c’era per caso qualcosa che valesse la pena di ricordare? qualche dettaglio insignificante che potessero considerare un indizio? o, per lo meno, che potessero spacciare per tale nel loro rapporto? Niente da fare, non c’era stato proprio nulla da vedere. Chi aveva lasciato il morto era arrivato, aveva scaricato il cadavere ed era ripartito, invisibile come un fantasma. In ogni caso doveva averci messo meno di un minuto e la cosa non era stata di certo difficile, solo incredibilmente imprudente o sfrontata.

I nostri due eroi non sono di certo il tipo di quelli che fanno carriera: bravi, tenaci, precisi, ma carrieristi proprio no. Anche perché per fare carriera ci vuole una certa dose di fortuna: che so, una bella ferita in uno scontro a fuoco mentre si arresta un pericoloso latitante, e loro di quel tipo di fortuna facevano volentieri a meno. Non si tiravano di certo indietro e correvano la loro robusta dose di rischi, ma stavano ben attenti a portare a casa la pelle. In Kosovo, due settimane dopo che si erano conosciuti, avevano avuto la loro occasione per far bella figura: un bambino di sette o otto anni piantato in mezzo ad un campo minato, come se ce lo avessero seminato, innaffiato e fosse nato lì. Impietrito dalle urla disperate della madre che evidentemente lo implorava di non muoversi, il piccolo diventava sempre più pallido e c’era il rischio che si mettesse a correre o anche solo si buttasse a terra, finendo su qualche mina o su qualche filo d’innesco. Oltre tutto quella roba, prima di scoppiare, balza in aria per un metro o due e semina schegge dappertutto: i due carabinieri correvano un brutto rischio anche solo ad aspettare il rinforzo degli artificieri. Restava naturalmente l’opzione di allontanarsi di qualche decina di metri ma non ci pensarono nemmeno. Piano pianino, cercando di passare sulle orme lasciate dal bambino, andarono a prenderselo e tornarono indietro, con il piccolo in braccio e un buon numero di capelli bianchi in testa. Ricevettero le lacrime di ringraziamento della madre, quelle erano comprensibilissime mentre le parole no, e finito regolarmente il loro giro di pattuglia se ne tornarono alla base. Non dissero niente a nessuno e non stettero a recriminare che, se avessero soccorso con lo stesso rischio un bambino ferito e lo avessero portato all’ospedale, la loro azione avrebbe fatto bella figura sui loro stati di servizio, assieme alle classiche parole “sprezzo del pericolo” e “noncuranti del rischio della propria vita”. Non si chiesero nemmeno se avessero violato qualche ordine a non aspettare gli artificieri.

Potete immaginare di che umore erano quella mattina dopo aver consegnato il loro rapporto al capitano ed averne ricevuto la strigliata promessa.

Se ne andarono a casa di Pellegrino a farsi un caffè e a meditare sulla situazione. La moglie di Pellegrino era andata al lavoro e il bambino all’asilo, la morosa di Pautasso non lo aspettava prima di sera: avevano tutto il tempo. Al secondo caffè l’umore non era migliorato e la meditazione nemmeno. Al terzo caffè videro un telegiornale locale che dava la notizia e si incazzarono tanto, ma tanto, che decisero di considerare il morto un fatto personale. Come si affrontano i fatti personali? Come tutti gli altri fatti: ci si arrabatta come si può, cercando di farlo con metodo.

«Allora, Pautasso, da dove incominciamo?».

«Da quello che hanno già fatto gli altri, cerchiamo di farci dire dai colleghi che cosa hanno scoperto sul morto, magari lo hanno già identificato dalle impronte».

«Non è che a noi due ce lo dicono tanto facilmente, fanno prima a dirlo alla televisione per far bella figura».

«Allora lo chiediamo alla televisione. No, senti, Pellegrino, tu non avevi quell’amico al comando, Capone, quello che sa sempre tutto. Se la cosa non è troppo grossa, almeno il nome ce lo dice, cavolo, lo abbiamo trovato noi».

«E quando abbiamo il nome che ce ne facciamo?».

«Ci ragioniamo sopra. Senti, secondo me quello non era uno importante: quelli veramente importanti quando li ammazzano li buttano via e non tornano più fuori. Io la vedo così. Se è una storia grossa e hanno scaricato il morto dietro il teatro per fare il massimo casino possibile, allora noi due non possiamo farci niente ed è anche meglio che non ci immischiamo. Oppure è uno qualsiasi e chi lo ha ammazzato e poi lo ha lasciato lì voleva che venisse trovato in centro città e non nel posto dove lo hanno fatto fuori».

«Ci stavo pensando anch’io. Una raffica di kalashnikov fa un sacco di rumore, se lo hanno ammazzato in città si sarebbe sentito e si saprebbe. Sei sempre dell’idea che sia stato un kalashnikov?».

«Mica sono il perito balistico, ma i buchi sono quelli di un kalashnikov o di un’arma automatica militare, non sono pallottole di pistola, aveva dei buchi di uscita grossi così, ne abbiamo viste abbastanza di ferite del genere».

«Sai, pensavo…».

«Cosa?».

«Niente, un’idea scema. Provo a telefonare a Capone per il nome, se è di servizio».

A prima vista i due carabinieri sembrano sulla strada giusta per mettersi nelle grane, se non con l’assassino almeno con i superiori.

«Capone dice che le impronte non sono schedate, per ora non sanno chi è».

Visto che gli inquirenti, incapaci come al solito, brancolavano nel buio, così aveva detto la televisione e così aveva confermato Capone, i due decisero di andare a brancolare dalle parti del teatro per vedere se, di giorno e sul posto, riuscivano a farsi venire in mente qualche cosa che la notte non avevano notato. La situazione non poteva cambiare troppo e infatti non cambiò, però presero una boccata d’aria fresca che gli schiarì le idee.

La proposta venne da Pellegrino: «Interroghiamo di nuovo il barbone, quello sappiamo chi è».

«Lo abbiamo già fatto stanotte mentre aspettavamo i colleghi e non sapeva niente. E poi ci hanno già pensato in caserma, lo avranno pigiato come un grappolo d’uva».

«Vero, ma noi l’interrogatorio non l’abbiamo sentito. Forse gli hanno tirato fuori qualcosa che non ci ha detto».

«Va bene, ma non possiamo interrogarlo in caserma, ci fanno un culo così se si accorgono che ci impicciamo».

«Lo avranno già rilasciato, è solo un testimone. Pautasso, vai tu a vedere facendo finta di niente».

«Sì, bravo, proprio come faceva finta di niente lui questa notte, che lo abbiamo beccato subito».

Con tutta la faccia tosta disponibile Pautasso andò a vedere e tornò con la conferma che il barbone era già stato rilasciato: potevano andarselo a cercare nel buco dove abitava. Naturalmente il disgraziato non c’era. Fecero un giro da quelle parti, ma ottennero solo il risultato di farsi guardar male dagli amici del mendicante; se continuavano a cercarlo rischiavano che si nascondesse sul serio e di non trovarlo più, perlomeno non da soli e in via ufficiosa.

«Sarà andato a bere per dimenticare, lo troveremo quando uscirà a chiedere soldi.» Disse Pellegrino, «Andiamo a casa mia a farci un piatto di spaghetti e a guardare i telegiornali, magari ci sono novità».

A parte un’altra dose di cattivo umore i telegiornali non portarono novità; però una tivù locale aveva un bel filmato della notte, in cui il barbone era riconoscibilissimo e veniva indicato come “il testimone”: proprio quello che serviva per farlo sparire definitivamente. C’era solo da sperare che l’amico non guardasse la televisione, ma potevano stare sicuri che avrebbero provveduto ad informarlo subito. Passarono il pomeriggio in giro a dare la caccia al barbone, ovviamente senza risultati; anche Capone non aveva novità sul fronte dell’identificazione del morto. Preferisco non descrivervi che bella serata ebbero la moglie di Pellegrino e la morosa di Pautasso.

Il mattino dopo ripresero il loro servizio di pattuglia per le strade di Palermo e fra un intervento e l’altro trovarono il tempo di discutere dei fatti loro.

«Sino a quando non sappiamo chi è il morto,» disse Pautasso, «l’unica cosa che possiamo fare è cercare di interrogare il barbone, più sta nascosto e più mi convinco che ha davvero visto qualcosa che non ci ha detto».

«Magari è solo uno che non ama la compagnia o ha paura dei carabinieri per motivi suoi».

«Può darsi, ma la sua scomparsa mi puzza, di solito lo vedevamo in giro tutti i giorni. Dove cavolo si è ficcato? e poi è di Caserta, cosa ci fa uno di Caserta a chiedere l’elemosina a Palermo?».

«L’avranno mandato qui a lavorare, Pautasso, e ci si sarà trovato bene, come te. E se si dà da fare finirà per trovarsi una ragazza, proprio come te».

A questo punto del racconto non ci sta male qualche pettegolezzo, non sono strettamente necessari per capire la vicenda, ma ci fanno conoscere meglio i nostri personaggi e vedo dalle vostre facce  che siete curiosi.

Il problema delle donne era stato la causa principale dello sconforto del bravo piemontese quando era stato trasferito in Sicilia, dove notoriamente le femmine sono rinchiuse in harem, ferocemente sorvegliate da energumeni baffuti, coppoluti ed armati di lupara; quando non sono baffute anch’esse. Era rimasto molto sorpreso di scoprire che le cose non stavano proprio così e non ci si era trovato male: ormai da quasi un anno aveva una morosa fissa, un’infermiera del Policlinico, e cominciava a fare qualche progetto, ma l’amico continuava a prenderlo in giro come i primi tempi.

Da parte sua Pautasso si faceva delle belle risate dietro i parenti di Pellegrino. L’appuntato era l’ultimo di quattro fratelli, ma a casa di suo padre erano in nove, in quella della madre addirittura undici e anche i parenti della moglie facevano la loro parte: tutte le settimane compariva un cugino nuovo con i relativi problemi di mogli, mariti, bambini, corna, salute, grane finanziarie e piccoli favori chiesti al parente carabiniere. Come risultato della parentela sovrabbondante, però, e quasi in compenso, l’amico aveva conoscenze e fonti di notizie dappertutto.

Le prime novità vennero prima di sera dal marito di una cugina, infermiere ad anatomopatologia: il morto era stato identificato nel pomeriggio. Si trattava di un contadino di un paese delle parti di Monreale, che i parenti non sentivano da quattro giorni. Capone, chiamato subito, disse che era uno talmente incensurato che nemmeno Monsignor Cardinale Arcivescovo era più pulito: mai una grana, una multa, un debito, un litigio per questioni di confine, nemmeno una testimonianza pro o contro qualcuno. Il cugino, che aveva aiutato il medico legale nell’autopsia, aveva anche aggiunto una cosa interessante: alcuni dei proiettili che avevano ucciso il contadino, di Kalashnikov, proprio come avevano immaginato i nostri amici, erano molto frammentati, come se prima di colpirlo avessero attraversato una lamiera o delle assi, c’erano anche delle schegge di legno nel cadavere.

«Minchia, Pautasso, ti ricordi l’idea scema che avevo ieri mattina e che non ti ho detto perché mi sembrava troppo scema? Ci avevo pensato anch’io, ho visto un paio di morti in Kosovo con dei buchi del genere, stavano in  una baracca quando li hanno colpiti e avevano delle ferite proprio come quelle».

«Dì un po’, Pellegrino, ce l’hai qualche parente da quelle parti? Così andiamo a ficcare il naso con la scusa di una visita di famiglia».

«Zia Concetta, cucina che è una meraviglia, ci facciamo invitare domani a mezzogiorno, diamo un’occhiata in giro e torniamo in tempo per farci il turno di sera.» Zia Concetta si disse felicissima di averli a pranzo il giorno dopo, non vedeva il nipote dall’ultimo battesimo di famiglia, quasi due mesi.

In borghese, era una visita di famiglia, accidenti, non erano mica in servizio, partirono per Monreale ed andarono a trovare Zia Concetta. Baci ed abbracci al nipote e poi, rivolta a Pautasso: «E tu, quando ti sposi con Maria? È quasi un anno che state insieme. Avete già deciso che nomi dare ai bambini?». A parte che quella dei bambini era una evidente ossessione della tribù di Pellegrino — due mesi senza un battesimo erano quasi un record — il povero piemontese pensava che Zia Concetta sapesse a malapena della sua esistenza, per non parlare poi di quella di Maria. Dopo questo esordio fu meno stupito che la zia dell’amico sapesse tutto del morto, che era un terzo cugino, no scusate quarto cugino, del suo povero marito defunto. Sembrava il casellario giudiziario, solo che era un casellario completamente vuoto di tutte quelle informazioni che ai carabinieri fa tanto comodo sapere. Il morto era la persona migliore del mondo, non aveva nemici e in paese erano tutti sconvolti. Non poteva nemmeno essere una questione di eredità, perché i due nipoti, unici eredi, avevano studiato, avevano soldi loro, lavoravano a Palermo e venivano a trovare lo zio amatissimo almeno un paio di volte la settimana. Le conoscenze di Zia Concetta facevano paura più che impressione: sapeva perfino che uno dei bambini del nipote più giovane aveva la varicella.

Acquisite sul posto tutte le informazioni reperibili, mai gergo da verbale dei carabinieri fu più appropriato, Pautasso e Pellegrino presero la macchina e si diressero alla collina dove il morto aveva vigne, orto e una baracca per gli attrezzi; baracca dove, secondo la zia, si fermava volentieri a dormire. I due compari — espressione esatta perché Zia Concetta dava per scontato che il nipote avrebbe fatto da compare d’anello all’amico il giorno del suo matrimonio con Maria — arrivarono dopo un paio di giri a vuoto fra le colline alla campagna del morto. Diedero una bella occhiata in lungo e in largo al posto — talmente ordinato che si sarebbe detto una vigna svedese, se in Svezia ci fossero le vigne — poi si avvicinarono alla baracca degli attrezzi: ovviamente la baracca era transennata, coi sigilli dei colleghi di Monreale apposti alle finestre e ad una larga tavola di compensato, messa a sostituire la porticina di ingresso. Perfino uno che non fosse del mestiere avrebbe capito che la porta era stata prelevata perché piena di fori lasciati dal Kalashnikov. I due erano del mestiere, non avevano altro da vedere e se ne andarono a mangiare da Zia Concetta che, come aveva detto Pellegrino, cucinava che era una meraviglia. Costretti a fare un pisolino dal troppo mangiare e dalle troppe chiacchiere della zia, dovettero correre a tutto spiano per arrivare a Palermo, appena in tempo per prendere servizio.

Arrivati in caserma vennero chiamati subito a rapporto dal capitano.

«Vi mettete a fare Sherlock Holmes e il Dottor Watson, voi due? Hanno chiamato i colleghi di Monreale: vi hanno riconosciuti quando siete andati a ficcare il naso nella vigna del morto. E che cosa andate sempre a chiedere a Capone? Non potete farvi i fatti vostri e pensare al servizio? Non vi basta la bella figura che avete fatto l’altra notte?».

I due si sentirono piantati in mezzo al campo minato come il bambino kosovaro. Toccava a Pautasso rispondere: gli onori del grado.

«È proprio la figura di palta che non riusciamo a digerire, Signor Capitano. Ci hanno fatto passare per fessi e, mi scusi, non ce lo meritiamo. Sa anche lei che per scaricare il morto ci avranno messo meno di un minuto, se lo mollavano solo duecento metri più in là la cosa era brutta ma non scoppiava tutto questo casino. Ci siamo incazzati e ci stiamo dando da fare. Non lo facciamo in orario di servizio, però».

«E i tuoi tanti parenti, Pellegrino, cosa dicono?». Ma guarda un po’, anche il signor capitano conosce la parentela dell’appuntato.

«Zia Concetta lo conosceva, dice che era uno buono davvero, avercene di gente così: casa, orto, vigna e la domenica in chiesa. Anche i nipoti sono delle brave persone, mai una parola con nessuno».

«Ti fidi dell’opinione di Zia Concetta?».

«La chiamano “Il giornale di Sicilia”: le cose che sa lei non le sa nemmeno il maresciallo».

«Vi rendete conto che ho dovuto coprirvi con i colleghi di Monreale? Volevano sapere perché vi ho mandati, in borghese poi, a ficcare il naso a casa loro; per fortuna il Capitano Biason è un amico e non si è offeso troppo».

«Ci scusi, Signor Capitano, smettiamo subito con le nostre indagini, non volevamo fare pasticci, e solo la rabbia che…».

«Bisogna vedere se le accetto, le vostre scuse… E il barbone, poi, lo avete trovato?».

I due rimasero di sasso, sapeva anche questo.

«Signornò, ma è da ieri che non lo cerchiamo».

«Bene, potete smettere di cercarlo: lo hanno trovato un’ora fa con l’osso del collo rotto. Sembra che sia rotolato giù dalle scale del posto dove abitava».

«Lo hanno ammazzato? o… Scusi, Signor Capitano, non sono affari nostri».

«Lo sono invece. Il vostro turno di pattuglia lo fanno Rolando e Torrisi: voi andate a interrogare gli amici del barbone e cercate di tornare con delle risposte. Li avete già sentiti e forse riuscite a capire che cosa è successo. Cercate di scoprire soprattutto se c’era qualcun altro che gli dava la caccia, a parte i giornalisti intendo: perché, dopo che quei disgraziati al telegiornale dell’altro giorno lo hanno presentato come “il testimone”, la sua vita non valeva una lira di quelle vecchie. Muovetevi e cercate di farvi perdonare. Potete andare.» E il capitano abbassò gli occhi sulle pile di documenti che ingombravano la scrivania.

Investiti ufficialmente delle indagini, passata la paura di un bel rimprovero scritto, i due carabinieri se ne uscirono in cerca degli amici del barbone. Naturalmente nessuno sapeva niente, aveva visto niente, ricordava niente; facevano persino fatica ad ammettere di aver conosciuto il povero casertano. Però Pautasso e Pellegrino il loro lavoro lo sapevano fare e, un po’ con le buone e un po’ con le cattive, tra una mezza parola qua e un quarto di ammissione là, riuscirono a scoprire qualcosa:  il barbone era stato cercato il giorno prima da un ragazzo con le braccia tatuate, che guidava un furgoncino molto vecchio. Che marca o modello fosse il furgone e come fossero i tatuaggi non riuscirono a scoprirlo in nessun modo. Questa fu l’unica informazione che poterono a mettere nel loro rapporto: era già qualcosa, ma non era di certo materiale sufficiente per farsi perdonare dal capitano.

Se è vero che la notte porta consiglio, è anche vero che la ricerca del consiglio giusto non lascia dormire: alle quattro di mattina Pautasso non aveva ancora chiuso occhio e sollevò il telefono al primo squillo.

«Secondo, scusami se ti chiamo a quest’ora, non sono ancora riuscito a dormire ma mi è venuta un’idea».

«Ne è venuta una anche a me. Te la dico per primo e vediamo se facciamo davvero Sherlock Holmes e il Dottor Watson. Uno: non è stata di certo la mafia a far fuori nella sua vigna il povero Rosario Calì, perché non lo avrebbero lasciato dietro il Teatro Massimo, lo facevano sparire e basta. Due: il ragazzo che ha cercato il barbone non deve essere un delinquente abituale perché o si sarebbe ricordato di nascondere i tatuaggi sulle braccia, oppure avrebbe fatto tanta paura che non avremmo avuto l’informazione. Quindi, se quello che ha cercato il barbone è lo stesso che ha ucciso Calì, deve essere un ragazzo qualsiasi, magari uno con piccoli precedenti ma niente di importante. Tre: i ragazzi qualsiasi hanno una mamma che di solito non è contenta se il figlio si fa tatuare le braccia. Quattro: le mamme parlano e si lamentano con le amiche e…».

«Il cinque te lo dico io: se il ragazzo tatuato abita dalle parti del morto allora Zia Concetta ne ha sentito parlare. Adesso dobbiamo stabilire chi di noi due è Sherlock Holmes».

«Tiriamo a sorte. A che ora puoi telefonare a tua zia?».

«Zia Concetta tutti i santi giorni, alle sei di mattina, comincia a lavare i pavimenti e a passare la cera, possiamo arrivare da lei senza correre. Ci andiamo in divisa o in borghese?».

«In divisa. Catania ci ha incaricato delle indagini sul barbone e noi andiamo a interrogare una persona che può essere informata sui fatti, anche se non è nella zona di nostra competenza. Se scopriamo qualcosa chiamiamo subito i colleghi di Monreale e quelli di Palermo. Boia faus, questa volta non stiamo ficcando il naso».

Zia Concetta sapeva anche la data di nascita: il giovane si era arruolato nell’esercito un paio di anni prima e un bel giorno era stato spedito in Iraq con il suo reparto; dopo soli quaranta giorni era tornato in Italia e dopo tre mesi di ospedale militare era stato congedato per evidenti turbe psichiche; da allora era rimasto a ciondolare per casa e a dare saltuariamente una mano al fratello elettricista; i tatuaggi se li era fatti fare nemmeno due mesi prima; il furgone poteva essere il vecchissimo fiorino che il fratello, più grande di due anni, usava per lavoro; i due abitavano con i genitori poche case più in là, nella stessa strada della zia.

I comandi di Palermo e Monreale furono avvertiti subito e l’ordine fu: «Aspettate i colleghi e non prendete iniziative personali».

Ma no, nessuna iniziativa personale, quando mai? Però un’occhiatina da quelle parti potevano anche darla, in fin dei conti non erano nemmeno cento metri, così quando arrivavano i colleghi potevano riferire sulla situazione. Il garage dell’elettricista dava sulla strada e il portone era socchiuso di un paio di spanne, quindi non stavano nemmeno facendo una perquisizione non autorizzata. Pautasso si accostò al muro e si avvicinò alla finestrella per guardare all’interno.  Pellegrino mise il naso dentro il portone e vide subito il furgone, fece un passo in avanti e vide anche il kalashnikov. Purtroppo lo vedeva dalla parte sbagliata. Vedeva anche gli avambracci tatuati del ragazzo che lo impugnava e vedeva pure il fratello, a fianco, con la bocca spalancata per la sorpresa. Con l’arma puntata dritta nella pancia a poco più di un metro, Pellegrino non poteva nemmeno pensare di alzare la pistola.

Pautasso invece la scena la vedeva attraverso la finestrella; lui la pistola la alzò subito, ma come sparare? alla testa? e se per riflesso al ragazzo partiva una raffica? se tocchi il grilletto di un’arma come quella come minimo partono tre colpi e, a quella distanza, l’amico se li prendeva tutti.

Pellegrino in un attimo vide nell’ordine: Sasà nel suo lettino quella mattina alle quattro e mezzo; Rosalia vestita da sposa; il bambino kosovaro in braccio alla madre; sua mamma e il povero papà; poi rinunciò a vedere il resto della sua enorme parentela, il ragazzo tatuato avrebbe fatto in tempo a scaricare e a ricaricare l’arma tre o quattro volte prima che finisse, e cominciò a ragionare secondo l’addestramento da carabiniere.

“Innanzitutto mantenere la calma e il sangue freddo”. “Sì, tua sorella”.

“Cercare di tranquillizzare chi vi minaccia, per evitare che compia atti inconsulti”. “L’altra tua sorella, quella più giovane. Che minchia gli dico a ’sti due? Arrendetevi, siete circondati? Scusate, non volevo disturbare, passavo per caso da queste parti? Ma guarda che bel kalashnikov, è tanto che non ne vedo uno, mi ci fai fare un giro?”.

Secondo continuava a pensare: “Sparo al kalashnikov per spostarne il tiro? e se non lo colpisco? e se la raffica parte lo stesso? e se poi il kalashnikov è scarico e ammazzo uno che in realtà è disarmato? e se…?”.

A Cataldo scappò di bocca la cosa più stupida: «Ma perché avete ammazzato un bravocristo come Rosario Calì?».

E il kalashnikov cadde per terra.

«Non volevo, non volevo, non l’ho fatto apposta. Carmine mi prendeva sempre in giro e diceva che in Iraq mi sono cagato sotto. Ho sparato alla porta per fargliela vedere e quello là dormiva nella baracca su una branda».

Pautasso sfondò il vetro della finestrella con il calcio della pistola e li tenne sotto tiro mentre l’amico raccoglieva l’arma del delitto. Visto che avevano fatto trenta potevano far trentuno e incominciarono a interrogare a botta calda i due fratelli. Domande e risposte si incrociavano in modo confuso e tutti parlavano contemporaneamente. I due carabinieri si sfogavano, dopo i tre giorni di rabbia e la paura presa pochi istanti prima, e gli altri due non ne potevano più dalla voglia di vuotare il sacco.

«E perché non lo avete lasciato dove si trovava e non siete scappati?». «E perché siete venuti a scaricarlo a Palermo vicino al teatro?». «E dove avete preso il kalashnikov?».

«Io lo dicevo a Ignazio, non sparare, non sparare che è  pericoloso. Allora ci siamo spaventati e lo abbiamo messo nel furgone, la branda l’abbiamo buttata in una discarica». «Io volevo solo far vedere a Carmine che sparare non mi faceva paura».

«Ma perché lo avete portato a Palermo?».

«Il kalashnikov lo avevo comperato da uno di un mercantile croato giù al porto». «Abbiamo tenuto il morto nascosto nel fiorino tutto il giorno dopo, ma l’indomani mattina dopo avevamo un lavoro a Palermo e allora siamo venuti giù di notte e lo abbiamo scaricato nel primo posto in centro che abbiamo trovato. Pensavamo che così credevate che lo aveva fatto fuori la mafia e non cercavate noi».

Evidentemente il fratello elettricista era picchiato in testa quanto quello tatuato: un simile scherzetto alla mafia… C’era ancora una domanda fondamentale da fare, che li riguardava da vicino, e la fecero: «Perché avete ammazzato il barbone?».

«Non lo abbiamo ammazzato noi!».

«Lo avete cercato ieri mattina e poi gli avete rotto l’osso del collo».

«Io avevo fatto un lavoro da quelle parti, il barbone lo conoscevo di vista e sapevo dove stava, lo abbiamo visto al telegiornale l’altro giorno, ieri siamo passati al mattino presto a cercarlo, ma non lo abbiamo trovato».

«E se lo trovavate cosa facevate?».

«Non c’era, non c’era! era solo un’idea così…».

Accidenti che bell’idea! andare a farsi rivedere dall’unico testimone che c’era il rischio che potesse riconoscerli: forse erano tanto scemi che non stavano cercando l’infermità mentale, lo erano davvero matti da legare. Non fecero nemmeno in tempo a spiegare ai due mentecatti che, se il povero Calì era stato un incidente, per il barbone si prendevano trent’anni, quando arrivarono i colleghi da Monreale.

Il capitano Biason era talmente contento di come erano andate a finire le cose — anche lui aveva avuto paura che stesse per iniziare una bella guerra di mafia — che non li rimproverò nemmeno per l’iniziativa personale che non avrebbero dovuto prendere.

Il capitano Catania fu generoso quanto il collega e lasciò correre: il caso era stato risolto dai suoi uomini e la figuraccia riscattata, la sua, non quella dei due carabinieri, lo sapeva lui cosa aveva passato con il colonnello. Tutto è bene quel che finisce bene.

«C’è una cosa che non ci quadra, Signor Capitano,» disse Pautasso, finito il loro rapporto, «continuano a negare di aver ucciso loro il barbone, dicono che lo hanno cercato ieri mattina presto e non lo hanno trovato, poi per tutta la giornata sono stati al porto a lavorare ad un impianto, e dicono che hanno decine di testimoni. Se non sono stati loro, chi ha buttato giù dalle scale il barbone dopo avergli rotto l’osso del collo?».

Catania si fece una risata e disse: «Va bene, la storia del barbone ve la racconto io, tanto finireste per saperla da Capone e comunque verrà fuori al telegiornale questa sera: il barbone è morto di infarto. Non fate quelle facce stupefatte, non ci sono solo morti ammazzati a questo mondo. Il barbone era un ragioniere di Caserta, quattro anni fa è venuto a Palermo in gita con la moglie che disgraziatamente venne travolta da un pirata della strada sotto i suoi occhi; lui si fece venire un infarto, il primo, e rimase in ospedale tre settimane. Era talmente stravolto che non si è più allontanato da Palermo e si è messo a chiedere la carità; dopo di allora è stato in ospedale altre cinque volte, a cardiologia lo conoscevano benissimo e hanno tutte le cartelle cliniche dei ricoveri che lo provano. I giorni scorsi non lo trovavamo perché si era fatto di nuovo ricoverare a cardiologia senza farsi registrare al pronto soccorso, ha passato una notte là e poi ha rifiutato il ricovero. A medicina legale dicono che non ci sono dubbi: ieri pomeriggio ha avuto un ultimo infarto che lo ha ucciso; le fratture provocate dalla caduta non c’entrano niente, era già morto quando è rotolato giù dalle scale. Se non volete sapere altro potete andare. Ah, a proposito, avete fatto un buon lavoro».

Indice delle puntate

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