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Tragedia in famiglia

Indice delle puntate precedenti di Sul retro del Teatro Massimo di Palermo

“È stato lui.” Pensò ad altissima voce Pellegrino, rivolto al compare.

“Ma certo che è stato lui.” Rispose Pautasso, urlando nel più assoluto silenzio.

Il ventenne che stava parlando con i due carabinieri era, con tutta evidenza, messo molto male. In primis perché gli era sparita la famiglia: padre, madre e zia vedova; in secundis perché raccontando gli eventi ai fratelli Branca era riuscito a convincerli della sua colpevolezza anche solo dichiarando le proprie generalità; in terzis – lo so che non si dovrebbero usare né secundis né terzis, ma rendono l’idea – perché aveva proprio una faccia e un fisico adatti a quelle generalità: Euforbio Zebedei. Non sto a descriverveli, ognuno di voi può immaginarsi quelli che preferisce in base agli euforbizebedei che ha conosciuto.

Tutta una vita di appelli scolastici con quel nome e cognome – quando non con il più ministeriale cognome, (virgola di separazione ben udibile) nome – lasciano le stimmate e fanno pensare a tutti che prima o poi prenderai un’accetta e farai fuori i colpevoli di un tale abominio, nonché tutto il parentado a portata di mano.

Euforbio Zebedei, anche se forse inconsciamente, lo sapeva benissimo ed aveva un alibi a prova di bomba.

«Sono arrivato questa mattina in aereo.» Disse. «Ho dato un esame ieri pomeriggio in Bocconi, l’ultimo dell’anno; questa mattina mi aspettavo che venissero a prendermi in aeroporto, ma non c’era nessuno. Ho telefonato un paio di volte ma non mi hanno risposto, li ho aspettati quasi un’ora e poi mi sono rassegnato a spendere i soldi di un taxi da Punta Raisi a qui e ho trovato la casa vuota e la posta degli ultimi giorni abbandonata nella cassetta. Sulla segreteria telefonica c’è solo il mio messaggio di ieri sera, in cui li avvertivo che arrivavo a casa una settimana prima, perché ho anticipato l’ultimo esame».

“Peccato, speravamo di aver già risolto il caso.” Pensarono, all’unisono ma molto più piano, Pautasso e Pellegrino. E poi continuarono a pensare, perfettamente sincronizzati: “Bisogna ancora fare un bel po’ di verifiche, però, e poi perché mai…”.

La risposta al “perché mai” arrivò subito.

«Mi rendo conto che è strano chiamare i carabinieri, senza prima fare delle ricerche e dei controlli, ma non saprei come farli: non abbiamo parenti a Palermo e i miei non hanno amici in città. Non ho provato nemmeno a chiedere nei negozi qui intorno, tanto sono sicuro che non mi saprebbero o vorrebbero dire niente, qui praticamente nessuno mi conosce».

«I vicini di casa?» Domandò Pautasso.

«Lo studio medico al pian terreno oggi è chiuso, ho provato ugualmente a suonare ma non mi ha risposto nessuno. Al piano sopra questo abita una signora che ha passato i novant’anni, è molto sorda e un po’ rimbambita, quando ho suonato al campanello – ha aspettato che lo facessi tre o quattro volte – ha urlato di andare via o chiamava i carabinieri. A quel punto tanto valeva che lo facessi io e ho telefonato al 112».

«Ma i suoi genitori non potrebbero essersi presi qualche giorno di vacanza,» continuò Pautasso, «in fin dei conti lei è arrivato una settimana prima del previsto…».

«Non ne fanno mai in questo periodo e poi mia zia è anziana e malferma di salute, vanno solo alle terme tutti insieme una volta all’anno in bassa stagione: spendono poco e si curano. Inoltre la macchina è in garage, si muovono sempre e solo con la macchina».

«Non potrebbero essere in ospedale, magari per un incidente…”. Si provò a chiedere Pellegrino.

«Mi avrebbero avvertito e poi tutti e tre in ospedale mi sembra impossibile, e come fanno ad aver avuto un incidente se l’automobile è nel box in fondo al giardino?».

«Ha ragione.» Disse Pautasso. «Pellegrino prova un po’ tu a farti dire qualcosa dalla vicina di sopra, magari con un carabiniere siciliano in divisa ci parla».

Ci volle un bel po’ prima che l’appuntato riuscisse ad ottenere un “che volete?” attraverso una porta con quattro serrature.

«Carabinieri, Signora, vorremmo parlarle».

Dopo un innumerevole numero di scatenacciamenti la porta si socchiuse, protetta da una catenella di sicurezza che sarebbe andata bene per l’ancora di un traghetto della Tirrenia.

«Siete venuti ad arrestarlo?» Urlò, come fanno spesso i sordi, una specie di prefica vestita di nero.

«Chi, Signora?» Dovette chiedere tre o quattro volte a voce sempre più alta il povero carabiniere.

«Quello di prima, quello che mi voleva violentare».

«Quello era il signor Zebedei, Signora. Stava cercando i suoi genitori, che sembra non siano in casa da qualche giorno, li ha per caso visti di recente?».

«No che non li voglio vedere, cercano sempre di violentarmi, anche la malata, che poi se ti baciano una si prende la tisi o il mal francioso…».

«Grazie, Signora, lei è stata molto gentile.» La salutò Pellegrino prima di scendere le scale, inseguito dall’urlo della parca che comunicava all’universo mondo: «Signorina sono».

Gli altri due aspettavano sulla porta di casa Zebedei ed avevano sentito tutto, perfino il giovane non poteva fare a meno di sorridere.

«Immaginavo che avrebbe detto qualcosa del genere, sono contento che l’abbiate sentita con le vostre orecchie: gli amici a Milano non ci credono quando lo racconto».

«Certo che come testimone è molto utile.» Commentò Pautasso. «Signor Zebedei, lei ha già guardato in tutta la casa?».

«Sì, naturalmente. Le camere sono grandi come usava in queste vecchie case siciliane, ma poche; ho posato le valige dove le vedete qui nell’ingresso e li ho cercati in tutte le stanze, poi ho visto che c’erano dei messaggi sulla segreteria, ma è solo il mio di ieri sera. Sono andato a guardare in garage perché potevano essere venuti in aeroporto all’ora sbagliata o aver avuto un incidente sul percorso, ma c’è la macchina. Come vi ho già detto ho suonato dal medico e dalla signora, pardon signorina, Platania e poi vi ho chiamati».

A questo punto i due carabinieri dovevano incominciare a comportarsi sul serio da carabinieri e dare il via alle indagini.

«Ha toccato qualcosa in casa, Signor Zebedei?».

«Solo le maniglie delle porte, credo, e il pulsante della segreteria telefonica. Il 112 l’ho fatto dal cellulare perché le chiamate di emergenza sono gratis».

«Dovrebbe venire al comando per la denuncia, Signor Zebedei. Magari è meglio chiamare un taxi, se non desidera farsi vedere a salire sulla nostra macchina davanti a tutti i vicini che, come al solito, staranno appostati dietro le finestre».

«Che vadano al diavolo i vicini, nemmeno li conosco. Mi va benissimo se mi portate voi, così non spendo i soldi del taxi. Ne ho già buttati via abbastanza per venire sin qui dall’aeroporto».

 

Mentre Pellegrino cominciava a verbalizzare con tutta calma i dati personali del denunciante, Pautasso corse ad avvertire il capitano Catania che avevano un cliente delicato: uno la cui denuncia poteva finire o nel nulla o su tutti i telegiornali per settimane.

Catania ascoltò il rapporto sulla situazione, non c’era poi molto da ascoltare, tirò un sospirone, diede uno sguardo alle pile di carte che ingombravano la scrivania: il venerdì prometteva di essere peggio del giovedì, che a sua volta… Si alzò e venne a vedere di persona quell’inverosimile Euforbio Zebedei che Bibì & Bibò avevano pescato quella mattina.

«Buongiorno, Signor Zebedei, sono il capitano Catania. Il brigadiere Pautasso mi ha detto che sono scomparsi i suoi genitori e sua cugina».

«Mia zia, Capitano, la sorella maggiore di mio padre».

«Che età avevano i suoi genitori?».

«Perché dice avevano, non penserà mica che siano morti?» Fu la secca risposta.

«Mi scusi, deformazione professionale, ma ha ragione: l’uso del passato è quantomeno prematuro e spero proprio che non si debba mai usare in questo caso. L’età ci interessa per capire se possano aver perduto la memoria o aver fatto qualcosa di strano».

«Mio padre ha sessantaquattro anni, mia madre cinquantanove e zia Ersilia settantacinque. Sono anziani ma non hanno problemi neurologici, nemmeno mia zia che è malata ma di disturbi reumatici e cardiaci».

«E dice che non sono abituati ad allontanarsi di casa senza avvertirla».

«Al massimo durante la bella stagione vanno qualche mezza giornata in spiaggia e ad ottobre passano sempre tre settimane alle terme, ma in quel periodo io sono già a Milano».

Catania decise che tanto valeva che il gioco lo conducesse lui. Nome e cognome, uniti alla faccia ed all’aspetto fisico del giovane, erano talmente lombrosiani da meritare il suo intervento.

«Che lavoro fa suo padre?».

«È pensionato, per tutta la vita ha fatto l’impiegato in Pirelli a Milano, mia madre è casalinga mentre mia zia ha una pensione di reversibilità del marito. Vive con noi da quando è rimasta vedova diciotto anni fa».

«Lei studia a Milano, mi hanno detto».

«Ho finito il secondo anno di Economia in Bocconi, ho dato ieri pomeriggio l’ultimo esame e sono venuto a Palermo con una settimana di anticipo sul previsto».

«E ha trovato questa strana sorpresa. Solo per curiosità, Signor Zebedei, che voto ha preso?».

Il giovane guardò bene diritto in faccia Catania che si sentì leggermente a disagio.

«Vuole sapere se ho sterminato la famiglia per nascondere un fallimento negli studi? Ho la media esatta del trenta e lode, mi stanno già facendo proposte di lavoro interessanti, ma prima devo prendere la laurea specialistica e non mi dispiacerebbe un dottorato ad Harvard».

«Non intendevo… No, ha ragione, volevo sapere proprio quello: è inutile nasconderglielo. A questo punto le chiedo subito chi potrebbe trarre vantaggio dalla scomparsa dei suoi parenti, ci sono altri eredi oltre a lei?».

Altro sguardo inceneritore.

«Non ci sono eredi: la casa è mia e miei sono i soldi in banca e i titoli che troverete con i vostri accertamenti, i miei genitori e la zia vivono solo con la pensione di mio padre e di ciò che avanza di quella di zia Ersilia dopo le cure. Io li aiuto un poco, ma non spendono molto».

Catania e Bibì & Bibò non ebbero nemmeno bisogno di guardarsi: anche quel movente finiva nel nulla.

«Quindi l’appartamento dove vivete è intestato a lei?».

«Tutta la casa: il dottore e la vecchia rimbambita del secondo piano sono affittuari da sempre. Prima che mi faccia altre domande sulla mia situazione patrimoniale, le darò io le informazioni che le mancano. Mio padre è di Milano mentre la mamma è originaria di Siracusa, si sono conosciuti durante una vacanza a Roma e dopo il matrimonio sono andati a vivere a Milano. Io sono nato quando avevano già una certa età e mi hanno dato il nome di uno zio della mamma che stava a Palermo: Euforbio, Oronzo, Aristarco. E meno male che sui documenti compare solo il primo nome, come potrà immaginare è già stata abbastanza dura così. Il prozio non aveva eredi e quattro anni fa ha lasciato tutto a me, casa e denaro, ma con la clausola che non si vendesse la proprietà per almeno dieci anni e non si desse lo sfratto agli inquilini. Papà era appena andato in pensione e allora si sono trasferiti in Sicilia: era inutile pagare l’affitto a Milano avendo dove vivere qui».

«Quindi lei ha finito le superiori a Palermo è poi è tornato a Milano alla Bocconi».

«In Bocconi. No, Capitano, ho preferito restare in un collegio di Milano e finire il liceo classico là; in fin dei conti i soldi sono i miei e ho ritenuto che l’investimento valesse la pena».

«Ah, è per questo che non conosce i vicini di casa.» Intervenne Pautasso.

«E non ci tengo a conoscerli. Vengo qui per le vacanze, ma passo quasi tutto il mio tempo a studiare in anticipo il programma dell’anno accademico successivo.» Rispose secco Euforbio Zebedei.

Al capitano Catania quel tipo cominciava a stare davvero sugli zebedei, anche se forse poteva avere i suoi bravi motivi per fare tanto l’antipatico: non doveva aver avuto una vita facile.

«Mi ha detto che lei aiuta economicamente i suoi parenti, saprebbe dirci se negli ultimi tempi hanno fatto spese strane, se hanno speso somme importanti intendo o se ci sono stati movimenti finanziari insoliti?».

«Posso dirglielo con certezza perché controllo il loro conto corrente via Internet e, se qualche volta l’anno hanno proprio bisogno di fondi, faccio dei bonifici dai miei conti al loro, sono soldi che poi riprendo quando gli arrivano le tredicesime delle pensioni. Pago io con un bonifico dal loro conto anche la permanenza alle terme tutti gli anni. Non hanno fatto nessuna spesa inconsueta, consumano tutta la pensione senza risparmiare niente ma non hanno uscite strane».

Che bravo figliolo generoso, gli zebedei di Catania erano tutti ammaccati a forza di sostenerlo. Il capitano si vendicò del malumore che gli faceva venire, costringendolo a spendere dei soldi per andare in albergo: la casa doveva restare a disposizione per i rilievi scientifici.

 

Partito il forse orfano, dopo essersi fatto consigliare un albergo che non costasse troppo, con il taxi a proprie spese naturalmente, il capitano Catania stette a guardare i suoi segugi.

«Visto che dai primi controlli non risultano ricoverati in nessun ospedale di Palermo e dintorni,» disse l’ufficiale, «dobbiamo prendere la cosa sul serio e pensare al peggio: non possiamo permetterci che fra un paio di giorni ne trovino i cadaveri tagliati a pezzi in qualche cassonetto delle immondizie, magari dietro il Teatro Massimo come siete abituati voi due. Come minimo dobbiamo dimostrare di esserci dati ben da fare con la caccia, caccia in tutte le direzioni intendo».

«Capitano, pensa che sia stato lui?».

«È difficile ma non impossibile. Quello che è certo è che fra un paio di giorni cominceranno a insinuarlo i giornali e fra una settimana ci crederanno anche in procura. Se qui a Palermo salta fuori qualcosa pro o contro di lui, dovrà essere a prova di bomba, penso però che i colleghi di Milano troveranno subito le prove che non si è mosso da là. Tenete presente che uno che prende quei voti alla Bocconi, anzi “in Bocconi” come ha tenuto a farci notare, non è per niente stupido e se è responsabile della sparizione ha fatto le cose per benino.

Adesso andate e cercate di scoprire qualcosa».

 

Pautasso e Pellegrino cominciarono preparare un piano d’azione.

«Cominciamo dai vicini o dai negozi?» Chiese Pellegrino.

«Dal dottore del pian terreno, se sono arrivati da Milano senza conoscere nessuno è facile che lo abbiano scelto come medico di famiglia. In questo caso sa dirci come stanno realmente di salute e magari ha visto qualcosa i giorni scorsi. Hai preso il suo nome quando eravamo là?».

«Ma mi prendi per scemo, certo che ce l’ho il nome, basta che cerchiamo il numero sulle Pagine Bianche di Internet».

“Basta che”, facile credere nei miracoli della tecnologia moderna: il numero c’era ma l’indirizzo era quello che conoscevano già nella casa degli scomparsi. Provarono lo stesso a telefonare senza ottenere risposta, provarono con l’ordine dei medici di Palermo ma avevano solo quello stesso numero, provarono a cercare sugli elenchi di carta ma sempre con lo stesso risultato. Disperato Pautasso telefonò in ospedale a Maria per vedere se riusciva a sapere qualcosa; dopo la prevista rampogna: “Mi telefoni solo per dirmi che sei bloccato da un’indagine e la sera non ci vediamo o per chiedermi un favore”, la morosa del sottufficiale promise di chiedere in giro e di richiamarlo sul cellulare in caso di successo.

I due carabinieri erano quasi arrivati alla palazzina degli Zebedei, mentre aspettavano informazioni sul dottore tanto valeva fare un giro per il vicinato, quando arrivò la telefonata di Maria. Il dottor Calì era molto anziano, tanto anziano da essere stato il medico della mutua del suo primario di urologia quando era bambino, il capo di Maria sapeva dove abitava ma non aveva il numero di telefono; per fortuna era vicino allo studio e furono subito lì.

Era anziano davvero, quasi quanto la rimbambita signorina Platania, per fortuna era lucidissimo e pimpante come se avesse avuto vent’anni di meno. Non aveva molte informazioni ma quelle poche furono precise ed utili: nessuno della famiglia Zebedei – erano davvero suoi pazienti, fra i pochissimi che gli restavano, alla sua età avrebbe evitato di prenderli quattro anni prima, ma erano i parenti del povero Euforbio… – aveva problemi di memoria, anzi; li aveva visti lunedì mattina, martedì lo studio era chiuso e né mercoledì né giovedì aveva avuto loro notizie.

Gli chiesero se ne fosse sicuro e seppero che la signora Ersilia aveva l’abitudine di girare per casa con delle ciabatte con il tacco che facevano un rumore molto caratteristico, rumore che non si era sentito così come gli altri suoni tipici di una casa abitata; alla sua età ci sentiva ancora benissimo e ne era con evidenza molto orgoglioso.

Gli chiesero ancora – senza fargli violare il segreto professionale beninteso – se le condizioni di salute dei suoi vicini fossero tali da rendere possibile un improvviso ricovero in ospedale e ne ricavarono che nessuno di loro aveva niente di particolarmente preoccupante, persino i problemi di salute della signora Ersilia, se continuava a curarsi, l’avrebbero lasciata vivere sino a cent’anni, aveva visto certi casi lui… e comunque, quando tutti gli anni andavano alle terme, faceva la prescrizione affinché almeno parte delle cure venisse passata dal Servizio Sanitario Nazionale. Figurarsi se si sarebbero fatti ricoverare senza dirglielo e senza ricetta, parsimoniosi come sono…

 

Bene: perlomeno potevano circoscrivere la scomparsa degli Zebedei al periodo che andava dal lunedì pomeriggio alla notte fra martedì e mercoledì. Già che erano lì potevano passare dalla casa e vedere se i colleghi stavano facendo i rilievi, poi avrebbero chiesto in giro ai vicini se avevano visto qualcosa di strano, ma tanto erano sicuri che nessuno avrebbe aperto bocca per dire qualcosa di utile.

I colleghi erano già lì assieme allo Zebedei figlio, venuto a prendere le sue valige. Confermarono che la casa non presentava il minimo segno di disordine e non c’erano tracce di effrazione su porte e finestre, anzi tutto era tirato a lucido e pulitissimo e a prima vista risultavano solo le impronte digitali – molto poche a dire il vero – di tre persone e quelle sulle maniglie e sul pulsante di ascolto della segreteria lasciate verosimilmente dal figlio, al quale avevano già chiesto di poterle prelevare per un confronto.

«I suoi tenevano la casa in perfetto ordine, Signor Zebedei.» Disse Pautasso, che ormai riusciva a pronunciare quel cognome senza rischiare di mettersi a ridere.

«Mia mamma è sempre stata maniaca dell’ordine e della precisione, anche quando abitavamo a Milano ha sempre cominciato a pulire la casa la mattina alle sei, passava lo straccio persino sui miei quaderni mentre facevo i compiti».

 

«Ci credo che il povero Euforbio ha preferito restare in collegio a Milano,» rise Pautasso mentre cominciavano il loro giro a piedi del vicinato, «con una madre simile. Dì, Pellegrino, sei sicuro che non sia parente di tua zia Concetta, hanno le stesse abitudini».

«Di zia Concetta ce n’è una sola.» Rispose l’altro. «Speriamo piuttosto che qualcuno abbia visto qualcosa».

Qualcosa era stato visto e sorprendentemente venne riferito: i vicini di fronte avevano visto le luci accese la sera di lunedì, ne erano sicuri perché il neon della luce pubblica era bruciato come al solito e, quando erano tornati a casa dal ristorante quella sera, la sola illuminazione proveniva dalle finestre degli Zebedei. Altri ragni non fu possibile rintracciare in alcun buco ed i due dovettero accontentarsi di aver ristretto ulteriormente il periodo in cui era avvenuta la scomparsa.

Il capitano Catania dovette accontentarsi anche lui ma, sinceramente, non si aspettava di più. Diede loro le istruzioni per il giorno successivo e li mandò a casa.

I nostri eroi passarono il sabato a cercare un taxi che avesse caricato tre persone anziane, due donne e un uomo, il martedì da quelle parti. A piedi non potevano essersi allontanati, la signora Ersilia faceva fatica a camminare, la macchina era in garage ed era inutile pensare ai mezzi pubblici, visto che proprio quel giorno – anche quel giorno – erano in sciopero a causa di un astruso rinnovo del contratto di lavoro che andava avanti da otto mesi.

La domenica non erano di servizio e si fecero i fatti loro. In compenso lo Zebedei figlio ruppe abbondantemente i medesimi al capitano Catania: voleva sapere quando poteva tornare a casa e lasciare l’albergo. In fin dei conti non era una richiesta insensata, ma il povero Euforbio stava ormai così antipatico all’ufficiale che si sentì rispondere: “Rebus sic stantibus, non prima che vengano rintracciati i suoi parenti.”, lasciando intendere “vivi o morti”, roba da Far West.

Lunedì mattina il capitano mise un po’ di fuoco al culo dei suoi cacciatori: in procura stavano cominciando a spazientirsi ed anche la stampa aveva incominciato a ficcare il naso, se non si sbrigavano finivano tutti a “Porta a porta” con contorno di sociologi e criminologi d’accatto.

Il bruciore al fondo dei pantaloni non produsse però alcun risultato, in compenso arrivò da Milano la conferma dei colleghi: Euforbio Zebedei era considerato un genio e si scommetteva su a quale età sarebbe diventato governatore della Banca d’Italia e dozzine di testimoni erano pronti a giurare che non si era mosso dal capoluogo lombardo; inoltre sembrava che chiunque parlasse con lui di economia per cinque minuti, si dimenticasse immediatamente del suo nome obbrobrioso e del suo aspetto da secchione sfigato. Sfumava così anche il sospetto – la speranza forse – che avesse fatto fuori i congiunti per vendetta onomastica. Naturalmente le verifiche bancarie non dissero nulla di diverso da quello che già si sapeva. Buio completo come al solito.

 

Tanto per cambiare, Pautasso e Pellegrino quel lunedì facevano il doppio turno: cioè il mattino e poi la notte a partire dalle ventidue.

Inevitabilmente quella sera furono loro ad essere avvertiti dal comando di correre a casa Zebedei: i vicini di fronte avevano visto le luci accese in casa ed avevano telefonato.

La pantera arrivò sotto la palazzina a luci e motore spento per non farsi notare. Figuratevi, si capiva benissimo che, dietro le finestre di metà della via, occhi curiosi ed aguzzi stavano in agguato. Il portoncino d’ingresso si aprì in silenzio usando solo un po’ di buona volontà: cioè la tessera fedeltà di un noto supermercato, flessibile al punto giusto per far scattare lo scrocco, non c’era carabiniere o ladro di Palermo che non ne avesse una in tasca.

I sigilli sulla porta di casa Zebedei erano stati strappati.

I nostri eroi si piazzarono pistola in pugno ai due lati della porta e bussarono energicamente.

Un ticchettoso rumor di ciabatte si fece udire sempre più forte, lasciando capire ai due chi avrebbe aperto la porta.

La signora Ersilia era sull’uscio e, un poco più indietro, papà e mamma Zebedei guardavano con aria stupefatta i fratelli Branca alla loro porta.

Non stettero nemmeno a chiedere perché avessero commesso il reato di strappare i sigilli, la domanda fu: «Dove siete stati questi sette giorni, ché vostro figlio ha denunciato la vostra scomparsa».

«Ma Euforbio è a Milano per gli esami.» Fu la coerente risposta.

«È tornato prima perché ha finito gli esami in anticipo, è arrivato venerdì mattina».

I tre vecchi piombarono a sedere su altrettante sedie della cucina. Mamma Zebedei trovò la forza di chiedere: «Come sono andati gli esami?».

«Tutti trenta e lode come al solito. Dove eravate?».

«In crociera, l’aria di mare mi fa bene ai miei reumatismi.» Rispose Ersilia.

«Era un last minuto che ci hanno fatto in agenzia, ci sono anche venuti a prendere e ci hanno riportati a casa a gratis con il pulmino.» Aggiunse papà.

«Ma perché non l’avete detto a vostro figlio?».

«Non volevamo farglielo sapere.» La mamma questa volta.

«Ma perché?».

Adesso toccava di nuovo a zia Ersilia: «Ci conta i soldi con intrenet, abbiamo risparmiato sul mangiare tutto l’anno, vedrete la scenata che ci farà venendo a casa».

 

E scenata fu. Tanto per incominciare Euforbio voleva indietro i soldi dei taxi e dell’hotel, poi avrebbero fatto i conti per la paura che si era preso, il tempo perso al comando dei carabinieri e per le tre giornate che aveva dovuto studiare scomodo nell’albergo, poi…

 

Non so dirvi se Euforbio Zebedei diventerà governatore della Banca d’Italia, dopo il dottorato ad Harvard naturalmente, ma non lo escluderei.

Indice delle puntate precedenti

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